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Alessandro Mannarino - Supersantos


Con “Supersantos”, Alessandro Mannarino, torna arricchendo il suo immaginario popolare, con Roma sullo sfondo, ad immagine dell’Italia intera, mantenendo alto il livello di guardia, come ai tempi del “Bar della rabbia”, l’album dell’esordio.
Ci sono infatti tutti gli elementi che lo avevano posto alla ribalta qualche anno fa, la tradizione folk rivisitata, la denuncia sociale, l’anticlericalismo, Capossela… e persino Manu Chao… una conferma dunque per il cantautore romano, che ricalca giustamente la formula del suo primo lavoro, curando maggiormente la parte musicale, non perdendo minimamente la forza comunicativa, affidandosi a rime semplici quanto ricercate, riproponendosi come cantore del popolo, “arrabbiato e deluso” per le ingiustizie quotidiane, trovando anche il tempo, di narrare l’amore alla sua maniera, col solito piglio, sguaiato e irriverente:


Rumba magica”: ad aprire questo secondo capitolo, c’è questa rumba appunto,che fa in qualche modo da antipasto, raccogliendo i temi dell’album, tutta la sua amarezza… il bersaglio principale e che ritroviamo più o meno in tutto Supersantos, sembra essere l’autorità precostituita in ogni sua forma, con un occhio di riguardo per il Vaticano, bersaglio da esorcizzare con la voglia di vita e di libertà e anche la ricchezza degli strumenti coinvolti è indice delle canzoni successive:
“Da Gerusalemme al Vaticano tutti quanti fanno inginocchiar”
Serenata lacrimosa”: qui Mannarino, sembra in qualche modo chiarire i concetti espressi in Rumba magica, soprattutto per quanto concerne il moralismo bigotto cattolico, affidandosi a una serenata lacrimosa e lamentosa nel canto, sorretto da trombe e cori nel ritornello:
“Oh ma chi me sente, il Vescovo c’ha un microfono io niente”
Statte zitta”: Sarà per il tema trattato, sarà per l’interpretazione, sarà per la drammaticità e anche per l’accento romano, ma viene addirittura in mente il Califfo dei giorni belli, anche se qui è quasi del tutto assente l’ironia, che lascia il posto a una rassegnata confessione, musicalmente il brano è il più scarno del primo lotto di pezzi, a ragione anche… da segnalare il guitalele di Tony Canto:
“Amore un corno i panni si asciugano soli e sto freddo non viene da fuori… io ce l’ho dentro”
Quando l’amore se ne va”: uno dei brani più originali di questo lavoro, soprattutto per l’arrangiamento e i cambi di tempo, piacevoli anche i suoni elettronici di Tony Brundo, evidente l’influenza di Capossela:
“le ragazze stanno fritte dentro l’olio di marmitte”
L’era della gran pubblicitè”: cantata in francese,italiano e inglese… Manu Chao che incontra Goran Bregovic… un incrocio assolutamente riuscito, minimale e solare la musica ad accompagnare il testo forse più ironico dell’intero lavoro:
“l’era della gran pubblicitè, vivere la viè ces’t un grand myster”
Serenata silenziosa”: serenata per chitarra classica e fisarmonica… sgabello e tappo… dove bisogna star zitti, far finta di niente, per andare avanti… la rassegnazione e l’amarezza pervadono ed è il disincanto espresso nell’intensa interpretazione che si prende la scena:
“questo è il tempo in cui chi ci guadagna è chi sta zitto”
Maddalena”: testo “blasfemo” per uno dei brani più riusciti di questo Supersantos, jazzato e trascinante, con ottimi inserti musicali e la voce giocosa di Simona Sciacca:
“Maddalena allora si alzò e urlo con tutto il cuore: Dio non mi fai paura tu che hai fatto un figlio senza far l’amore che vuoi capirci di questa fregatura..”
Mary lou”: il brano forse più immediato, una storia alla De Andrè, ricco di fiati che svisano in continuazione a sostenere la ritmica trascinante:
“ la donna del porto balla con l’abito corto”
Merlo rosso”: la voce angelica di Claudia Angelucci, fa da contraltare a quella cavernosa di Mannarino… per questa poetica metafora sulla vita e “sul rischio di viverla veramente”, una marcetta piena di violini, vicina ancora una volta a Capossela, unita a un tipico stornello romano, molto suggestivo il finale strumentale:
“Le lacrime dell’inferno servono a qualcosa, nutrono la terra fan crescere una rosa”
L’onorevole”: il brano forse più poetico dell’intero lavoro, un recitato accompagnato da una chitarra classica in primo piano con gli altri strumenti in sottofondo, a tessere l’atmosfera…”western” chiude cantando “la vedova” Simona Sciacca:
“e fece finta di non aver mai avuto paura, e fece finta di non aver mai amato nessuna”
L’ultimo giorno dell’umanità”: Mannarino chiude l’album, con questo brano dalle atmosfere quasi circensi, dove Manu Chao e Capossela, vengono mischiati amabilmente, come se le ritmiche e il cantato cadenzato della strofa fossero affidati al primo e l’apertura melodica e liberatoria del ritornello al secondo.. un ottimo intreccio, non c’è che dire:
“E non curandosi più dell’umanità riuscirono ad amarsi teneramente”
canta Mannarino, come l’unica soluzione possibile…

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