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Tuesday’s bad weather - ... without thinking



Pierpalo Scuro e Alessio Messinese sono i I Tuesday’s bad weather, “... without thinking”, è il loro biglietto da visita,  da ascoltare rigorosamente a luci spente per meglio gustare il tutto, un disco di emozioni... come affermano tra l’altro nelle loro note stampe.
Un album ricco di ballad scarne, di elettronica minimal, di atmosfere comuque evocative.
La voce bassa e profonda, le melodie discrete e mai facili, le chitarre elettriche mai invasive, ma sempre presenti, disegnano un mondo di sentimenti, piacevole sicuramente all’ascolto... ma che c’entrano il bersaglio grosso raramente, il tutto rimane così in superficie, non andando ad esplorare fino in fondo...  come se i nostri avessero paura di sporcarsi le mani in qualche modo... tutto questo, comunque, è ampiamente giustificabile in quanto opera prima, di un gruppo tra l’altro di recente formazione e che ha ampie possibilità di crescita.
E aggiungiamo anche il fatto che forse la formazione composta da due soli elementi risente parecchio della povertà delle risorse tecniche, in quanto almeno un paio di brani, suonati con basso e batteria, avrebbero sicuramente tutto un altro tiro.
Ci permettiamo di consigliare dunque, di cercare una maggiore incisività nelle dinamiche strumentali e di non dilungarsi troppo nello sviscerare un tema musicale, l’attenzione dell’ascoltare è a serio rischio in certi casi o quanto meno di diversificare il corpus, da evitare poi per quanto riguarda la voce, aperture “ariose” nel canto, in quanto l’inflessione nasale prende in alcuni brani il sopravvento o naturalmente nel caso, di migliorare tale inflessione.
Ci permettiamo per il resto di suggerire invece, di insistere su timbriche basse, che ben si addicono alla voce di Pierpaolo Scuro e di non aver paura di osare in certi frangenti, il sound del gruppo non può che guadagnarne:


“A strange game”: con una chitarra effettata e una voce profonda si presentano i nostri, il brano procede su queste atmosfere delicate, man mano che si aggiungono gli strumenti, una ballad d’altri tempi, con l’armonica in primo piano e capillari note di piano (scusate per il gioco di parole) a impreziosire il tutto:
“love is a strange game”

“Every single day”: ancora atmosfere soffuse, che rimangono come implose nel dipanarsi del brano, a dare spessore al tutto, i controcanti la fanno da padrone nel ritornello, anche se il timbro vocale nasale mal si sposa con l’intensità armonica :
“tonight and every single day”

“We want”: brano sostanzialmente a due facce, che si presenta con una prima parte tirata e incisiva, a cui fa seguito un break lento ed evocativo, per proseguire strumentale, nervosa e “tortuosa”, per  ricadere nella parte lenta e defluire in un post rock tirato a lucido, il risultato è molto suggestivo:
“imagine what you want and add your words to this song it’s your song”

“Maybe”: altra ballad, con la voce, bassa e profonda in primo piano, con l’organo a far da contraltare alla melodia nella strofa e pronto ad abbracciarla nel ritornello e nello strumentale che segue:
“maybe you  expect me to sing something, but i lost my voice...”

“Whit Joy”: atmosfere rarefatte, delicate, quasi bucoliche... eccessivi gli 8 minuti:
“... by themselves”

“India in your  computer”: con la chitarra elettrica sugli scudi,  in questo brano si avverte maggiormente la mancanza di un vero e proprio batterista, in quanto i soli di chitarra risultano in questo caso mal supportati, da una ritmica priva di mordente... ed è un vero peccato, perchè il brano, insieme a We want è uno dei migliori del lotto: 
“play your game, play with your god, enjoy yourself”

“Let it be”: misurarsi con una cover del genere, dimostra quanto meno personalità, però francamente, se ne poteva fare decisamente a meno o si poteva rispolverare un pezzo meno noto.

“I never can sing”: intro in italiano, atmosfere fiabesche e sognanti per la traccia che chiude l’album, una vera e propria ninna nanna moderna per innamorati:
“if this love is  only mine i don’t know”

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