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La pelle che abito - Pedro Almodòvar



Il solito grande Almodòvar, impegnato a far coesistere i suoi “soliti” temi, sorretto dalla sua “solita” calda fotografia, profonda, che regala qua e la visioni poetiche e insegnamenti di regia. Una prova di eleganza “chirurgica”... Un lirismo che sfiora il kitsch con gusto, che seduce Frankenstein ovviamente a Stoccolma, con sindrome di andata e... ritorno, per milioni di pezzi ricomporsi nel gioco beffardo, cinico e perverso che è la vita alla maniera di Almodòvar.
Non sarà magari un capolavoro questo “La pelle che abito” perchè facendo ampio riferimenti a più generi, la coesione filmica a volte viene meno, così come la tensione emotiva... ma un esperimento sicuramente importante, che va a rimpolpare più che degnamente la filmografia del maestro questo, assolutamente si.
E’ infatti la sua proverbiale cifra stilistica,che fa si che il film passi con assoluta nonchalance dalla fantascienza intellettuale, al trhiller puro o ancora alla storia d’amore, al giallo, senza ovviamente tralasciare i suoi thopos e benchè il finale non brilli certo per originalità, risulta anche esso dettato da una sapiente sceneggiatura che flashback annessi tiene le fila del racconto e si difende bene nonostante le quasi due ore.
Per quanto riguarda la prova attoriale, menzione di merito al mefistofelico eppur mai sopra le righe Antonio Banderas e alle ottime Elena Anaya e Marisa Paredes. 

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