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Luca Carboni - Senza Titolo



A cinque anni dal suo ultimo album di inediti “Le band si sgiolgono” e ad un paio dai rifacimenti di Musica Ribelle in compagnia di Riccardo Sinigallia, torna Luca Carboni e lo fa quasi con un concept che ha l’unica evidente pecca di restare ancorato alle forme di pop elettronico leggero(sia che si parli di potenziali hit o meno) a cui ci ha abituato nel corso degli anni.


Ci sono al solito infatti il paio di brani altamente da heavy rotation e le lente e intense ballad che da Persone silenziose in poi contraddistinguono il suo stile ... anche se negli anni, il nostro ha abbandonato quasi di rinnovare le soluzioni strumentali.

Non manca, anche questa volta, la “sana abitudine” di dare uno sguardo sincero e un pò “qualunqista” a tratti, se vogliamo alla realtà odierna... 
Per il resto, c’è un filo sottile, ma ben sottinteso che lega queste tracce, ed è quello degli affetti e dei valori, della famiglia, inteso come corpo solido ed ante litteram, capace nel suo dipanarsi di osservare lucidamente il mondo che si dipana da se e di far quadrato, generazione dopo generazione, mettendo come apice la libertà, in ogni sua forma.

Senza titolo, che va ad aggiungersi a titoli come Luca Carboni, Carboni, Luca... dimostra, in primis, che l’autore ha difficoltà evidenti coi titoli dei suoi lavori, che ci piacerebbe che lavorasse di più con produttori stile Sinigallia e che evitasse di cercare di compiacere “il pubblico” con il paio di canzonette ad album  che inserisce periodicamente... del resto, si può essere pop anche con: 
“Non finisce mica il mondo”:  che melodicamente e nel modo di cantare nelle strofe è una “Inno nazionale” rallentata, priva nella ritmica di mordente, per aprirsi poi in un ritornello catchy, sicuramente piacevole, anche se i coretti il buon Luca poteva anche risparmiarseli... un inno alla libertà o ancor meglio a cosa sia realmente, resta comunque una delle tracce migliori:
“ non finisce mica il mondo dove finiscono le strade”

“Provincia d’Italia”: luoghi comuni o meno, Carboni per quanto concerne le strofe, sciorina qui la sua accorata descrizione della nostra italiotta, fatta salva la sincerità, che denota comunque un tentativo di “socialità”, di quanto meno descrivere la realtà odierna... evitiamo ulteriormente di addentrarci nel ritornello che cita niente meno che il Padre nostro, che appare banale e pretestuoso... per quanto concerne la musica, anche qui “il già sentito” la fa da padrone:
“provincia di pensionati che si allontanan dal mondo su trattori gommati”

“Fare le valigie”: ed eccoci giunti al tormentone estivo, indisponente nella sua ripetitività quanto accattivante, tralasciamo il sound ipnotico che colpisce, è inutile negarlo... ma concentriamoci sul testo, che si protrae per rime più o meno “ardimentose” e a tratti, per così dire raffazzonate (es: io, Dio, mio zio, mio...)  l’unica cosa che con tutto lo sforzo immaginabile non riusciamo a venirne a capo è proprio quell’ “insomma mi piace” messo a inizio ritornello... dovrebbe essere un discorso derivativo, dunque che c’azzecca... se non a suggerire che è appunto un singolo per l’estate, con le argomentazioni prodotte nelle strofe? Dove sta la logica, “ con quelli che han creduto nella velocità, gli occhi rossi coi flash e i vecchi dischi dei clash” e ci fermiamo qui? 

“Per tutto il tempo”: In questa solita ballad solida alla Carboni, il nostro declama in rima le varie tematiche sull’amore, da quello meraviglioso a quello tradito a... una specie di compendio, insomma... “per tutto il tempo che passerà, i giorni, le notti, l’eternità” con un bel solo di piano che chiude il brano, ma che non lo salva dal suo ristagnare.

“Cazzo che bello l’amore”: secondo singolo, trascinante anche esso... condito da un’ elettronica leggera come da uso e consumo dell’intero album... impreziosito da una voglia di modernità che si evince nel testo, riscontrabile con risultati più o meno riusciti per tutto l’album, “casso”:
“l’orologio fa tic tac e mi sembra un pezzo hip hop”

“Senza strade”: dialogo tra padre e figlio sulla libertà e la sua ricerca, che non porta ricerca musicale nel percorso di Carboni, ma il tutto nel complesso risulta ben equilibrato e suggestivo in certi passaggi, con delle notevoli aperture melodiche nell’inciso, forse in assoluto, la traccia migliore del lotto:
“e guardavo mio padre guardare, mio padre sognare, forse solo ricordare”

“Riccione Alexander Platz”: una chitarra acustica sugli scudi è una notizia per questo disco, se poi ci mettiamo anche l’assenza del ritornello...  per una riflessione sugli anni passati con conseguenti riflessioni sulla modernità, con uno dei testi più ispirati, con la musica come tema da cui far scaturire sottotesti,  con una coda strumentale ripetitiva ma comunque ben inserita nel contesto: 
“credevo che non fosse solo pop solo moda solo mercato solo droga”

“Liberi di andare”: Traccia che che fa da contraltare a “Non finisce mica il mondo” e sposa la riflessione di “Senza strade”...  “per arrivare in fondo in fondo e l’amore non so cos’è”, citazione neanche troppo velata di uno dei suoi maggiori successi e che si muove sui “morbidi sentieri” di una chitarra acustica dolcemente accompagnata dalla sezione ritmica:
“finiscono le strade cominciano sentieri ripidi...”

“Una lacrima”: Come da copertina, figlio e padre in cammino... e passaggio dei ruoli, con Carboni padre... e la libertà, in un lacrima... c’è da dire che nella seconda metà del disco, si nota piacevolmente come l’autore, messosi a nudo finalmente, riesca quasi a mettersi in gioco definitivamente, abbandonando le stantie dinamiche pop elettroniche da classifica e i testi pseudo giovanili , assurgendo a  nuovi colori, come si può ampiamente riscontrare nel groove suadente e minimale che avvolge il brano in questione, niente di trascendentale si intende, ma lo spartiacque è notevole e ci sembra doveroso sottolinearlo: 
“Le paure di un genitore, le paure di un cantautore...  tutte le volte che non coincide il sesso con l’amore, il testo con una canzone”

“Madre”: “Forse in mezzo a questa pioggia madre ci sono le tue lacrime”, Carboni continua e termina il suo discorso con l’unica figura familiare che mancava, dopo il padre, il figlio e il figlio diventato padre... ricordando la madre che a tratti ritorna bambina, tanto da volerla prendere in braccio, immaginando un ricongiungimento eterno... ne esce fuori un brano assolutamente toccante, che chiude “Senza titolo” inevitabilmente e a ragione:
“adesso guardo il mondo come lo guardavi te, dicevi, guarda gli uccelli del cielo, ci bastono poche briciole”

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