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Canzoni della notte e della controra - Umberto Palazzo




Il ritorno, per giunta solista di un grande come Umberto Palazzo, ci fa enormemente piacere, perchè è (insieme a nostro giudizio ad Amerigo Verardi), uno degli artisti più sottovalutati del panorama indie italiano o perlomeno a nostro avviso, uno di quelli che non ha visto riconosciuta in toto la sua arte, che è permetteteci di sbilanciarci, classe pura e cristallina, in un paese come il nostro che vede e ribadiamo anche in ambito indie, esaltazioni di massa, per chicchessia, ci fa davvero incazzare che uno come Umberto Palazzo, sia stato in tutti questi anni, relegato ad una nicchia e stiamo ripeto parlando di musica indie, il che è tutto dire.
Ma il nostro ha decisamente e non solo in senso metaforico, le cosiddette spalle larghe e coraggio da vendere, perchè coraggioso è il primo aggettivo che ci viene utile per descrivere questo lavoro, un lavoro pre-rock come lui stesso lo ha definito,  con il suggestivo apporto di Sandra Ippoliti ai cori, che prende ovviamente spunto dalle sue notevoli esperienze precedenti, ma anche da altri generi, per evolversi verso una ricerca costante, quasi alle radici del suono... queste canzoni sono scheletri, spettri, hanno il gusto dell’accenno geniale, del ritmo primordiale, della melodia spontanea, quasi dei mantra per scacciare la paura o vedersela scivolare addosso, per dire adesso si che sono più forte... e vampiro posso imbattermi nel sole senza più paura.
Prima di passare in rassegna i brani, ci sembra doveroso, fare copia e incolla della presentazione del progetto fatta da Umberto Palazzo stesso :

- “oltre alle influenze solite e inevitabili, ho preso stilemi da Morricone, dal pop italiano fine anni cinquanta/inizio anni sessanta, dalla canzone napoletana, dal pop americano pre-beatles, dalla musica greca e orientale, dal folk modale, dalla musica classica e ho cercato strumentazioni atipiche per spostare la cosa fuori dal tempo. Le percussioni sono fatte quasi tutte con pezzi di metallo, sul modello degli Einsturzende Neubauten, i synth sono alla maniera del primo post punk, le chitarre non sono mai distorte ed hanno un suono da disco pop degli anni sessanta, ci sono un sacco di strumenti strani o etnici e ho abolito la batteria di proposito per dare più spazio alla voce e all'eco e ai riverberi.
Il disco è collocato nella dimensione mentale del sogno e del dormiveglia e nella dimensione geografica di un sud puramente immaginario. E' un disco visionario e profondamente meridionale. La parola ricorrente è "controra", che è l'ora più calda del giorno, l'ora dei miraggi e delle allucinazioni, l'ora del dormiveglia agitato da sogni sensuali, l'ora in cui tutte le bestie riposano e non c'è nessuno in giro tranne il dio Pan”.

“Terzetto nella nebbia”: lenta, sinuosa, torbida, avvolgente e incredibilmente melodica... del resto “è così naturale non c’è niente di male”, una traccia che trasuda passione ad ogni accordo e parola... miglior incipit non poteva esserci:
“il profumo del mare mi aiuta a pensare ma qui non arriva, qui c’è troppa foschia...”

“La luce cinerea dei Led”: ritmo marziale, rallentato e ipnotico, col basso come motore portante, su cui si innestano gli altri strumenti ad esaltarne il cupo battito:
“ ho incontrato un demone e non aveva anima”

“Metafisica”: quasi un canto antico, popolare, punteggiato dalla chitarra che gli dà un’aria blues, nel senso di anima e viscere che sgorgono pulsanti da chissà quale antro, suggestivo e a tratti spettrale:
“... è quasi un mese ormai che non rifaccio il letto, l’ipocondria mi ha preso mi ha ingarbugliato il petto...”

“Café Chantant”: “occhi pazzi di libertà, occhi pazzi di vanità... occhi di fatalità, questi occhi tuoi crudeli ed affamati li ho messi sotto chiave in un forziere che porterò con me per sempre insieme a me come la nostalgia che mi fa compagnia nella lunga via” e ci fermiamo qui, ma sarebbe da trascriverlo per intero, per cercare di trasmettere anche solo un cenno della poesia crudele e ineluttabile di questa altra scheletrica ballad, puntellata come sempre dalla chitarra e con gli inserti alla violectra di Luca D’Alberto:
“è sempre così strano sai però mi hai fatto piangere”

“La marcia dei basilischi”: marcetta destrutturata e avvolgente che chiama in ballo i basilischi citati in “Metafora”, interamente strumentale

“Aloha”: Umberto Palazzo che fa una cover di Umberto Palazzo, “ io vi amo maledetti, io vi amo tutti”... vera e propria chicca di questo lavoro, in cui il brano emerge, risplende nelle sue splendide armonie melodiche, pur nella scarnificazione a cui anche esso è sottoposto:
“febbre di sparire di diventare immateriale ma guardandomi attorno penso che non è un male...”

“Luce del mattino”: atmosfere messicane, di certo non una novità per il nostro, per un brano semplice e lineare, in cui uscire dall’oscurità... del resto “è un giorno leggero, perfetto e leggero” :
“sei luce del mattino, mi fai sentire vivo”

“La controra”: la solarità del brano precedente, continua, anche se in maniera meno apparente e sembra condurre a un finale del disco che non ti aspetti... “ e il buio ha paura di me”... e infatti qui compare addirittura la batteria, “nell’ombra, un mormorio”, verrebbe da aggiungere:
“good morning italia che tu abbia visioni...”

”Acchiappasogni”: il brano che chiude l’album attinge a un certo mood anni sessanta e restituisce un senso di speranza, proseguendo il discorso intrapreso con le ultime tracce, una ninna nanna minimalista che sembra rifuggere coscienziosamente il facile approdo melodico, con Tying Tiffany alla voce:
“ la notte è solo per noi adesso”

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