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Melancholia di Lars Von Trier



Che Lars Von Trier non sia avvezzo al cinema d’intrattenimento, naturalmente lo sapevamo e proprio nessuno si aspettava di certo di trovare ritmo, verve, vivacità etc etc... in una sua opera... ma che la noia sopraggiungesse già solo dopo i primi dieci minuti, con un citazionismo e impressionismo alla Bergman che non porta da nessuna parte e che proseguendo nella visione, sia per giunta la cifra stilistica di un convulso esercizio di stile, narcisisticamente fine a se stesso, con una nulla facenza della sceneggiatura così netta, davvero non ce lo saremmo mai aspettati... almeno non da "Visconti"...
Avete presente la dicitura “only for fans”... beh, questo pseudo dramma in farsa cinematografica è da sconsigliare anche agli adepti più convinti del regista danese, che dogmi o meno, feste in famiglia, piccole società isolate, natura magniloquente e via dicendo, qui sfiora e più volte la provocazione pura... solo verso lo spettatore, con scene che sembrano rallentate all’inverosimile e hai voglia di invocare poesia, suggestioni, il piglio artistico delle scene, ordine e disordine, la fine del mondo, la fotografia che ben evidenzia... cosa? Se a mancare è in primis “il cinema di per se stesso” per l’appunto... ci troviamo di fronte infatti a pose che non smettono di prolungarsi, per il gusto estetico, con tanto di piacere perverso verrebbe da dire, per il puro godimento di un uomo solo che mortifica l’ottima recitazione tra l’altro degli attori, che appunto e in ogni caso, finiscono per trasformarsi in macchiette, in un meccanismo senza capo ne coda... con buchi della sceneggiatura talmente vistosi che... si potrebbe quasi parlare di masochismo... nonostante abbiamo in giro letto critiche brulicanti di elogi al maestro... Lars Von Trier rimane “per carità” un innovatore assoluto, non facciamo fatica ad ammetterlo, seppur con tutti i suoi limiti, ma qui il suo ego è andato davvero al di là del cinema stesso, delle regole più basilari, affinchè un “risultato finale” venga percepito almeno in minima parte... lo spettatore risulta essere proprio quel  pubblicitario assunto nella prima parte del film, solo se riesce a tirar fuori uno slogan da Kirsten Dunst, il giorno del suo matrimonio, badate bene... finisce per possederla o per esserne posseduto, sarebbe meglio dire, ma viene rifiutato subito dopo, non ci capisce niente lui, tanto meno lei, tanto meno il marito, tanto meno noi... la scena dura trenta secondi e anche meno... ma è paradossalmente la più lampante a giustificare la confusione che regna in questa operazione in toto... spettatore compreso... che resta allibito... a una seconda parte che cerca quasi di trovare, un nesso, un appiglio... per credibilità narrativa quanto meno... ma niente... la delusione alla fine di queste due ore e passa è tanta... e vi confessiamo che abbiamo anche rivisto “incoscienti”, alcuni passaggi, casomai ci fossimo persi qualcosa o addormentati... “il nulla” è lo slogan che tira fuori alla fine Kirsten Dunst... noi vi abbiamo avvertiti.

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