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And choking and breathing - Neuromantik



Quattro ragazzi, fiorentini, una voce, un synth, un basso e una chitarra elettrica. Una mistura acida di suoni ispirati alla cultura gothic-dark e a quella cyberpunk creata da William Gibson, che col suo romanzo Neuromancer (1984) ha dato i natali al genere.

Suonano insieme dal 2006 ed hanno all’attivo diversi concerti in giro per l’Italia, talvolta al fianco di Le Luci della Centrale Elettrica, Neon, These New Puritans e Faithless.
Dopo un EP omonimo, contenente 4 tracce, pubblicato nel 2010 arriva And choking and searching, la loro ultima fatica nonché il loro primo album.
Un album composto da 10 tracce che ha visto scendere su di sé le mani di Jason Ward, già impegnato con gli Arcade Fire, Am Syndicate e moltissimi altri.
Un suono maturo, armonicamente complesso e ben strutturato. Danze elettroniche in chiave New Wave e Synth Pop con in più una freschezza e una dimensione attualissima.
Drum-machine prorompenti e sensazioni psichedeliche avvolgono l’intero lavoro. Un disco organico, deciso e mai banale. Chitarre e bassi distorti, da veri rocker, che in realtà si credono tutt’altro.
Un intreccio barocco fittissimo di suoni industriali e post futuristici.
Idee che si sviluppano da semplice fraseggi che in breve si incastrano fino a creare un unicum poderoso, che riempie l’atmosfera di sensazioni fumose, di ricordi vintage evanescenti, di soluzioni originali e ritmicamente fedeli allo stile.


La timbrica vocale sembra invece ricalcare, mescolare i vari Dave Gahan, Ian Curtis, Robert Smith. Le linee vocali, pur avendo tali punti di ispirazione, non sortiscono le stesse sensazioni della base musicale. E’ chiara l’intenzione stilistica ma l’impegno a sperimentare maggiormente su questo fronte sembra essere una necessità. Una voce indistinta e linee vocali usuali rischiano di confondere l’ascoltatore e non aiutano a creare un’espressione personale e inconfondibile. Nonostante ciò si integra perfettamente con le armonie musicali. Trattata come uno strumento elettronico, vieni infatti arricchita di effetti che gli donano un colore e una forma coerente allo stile perseguito.
I testi in lingua inglese non convincono. Si avverte molta artificiosità nel cantarli. La metrica risulta a tratti inceppata e lo spostamento degli accenti oltre ad essere una forzatura non è funzionale a livello estetico. Le tematiche poi sono abbastanza scontate. Sembrano trattate in modo poco originale ed inoltre si avverte una vena intimistica e malinconica quasi anacronistica.

Il primo brano è Dig. Un’incursione sonora d’impatto, roboante, enfatica, ci immette all’ascolto, dove è fin da subito chiaro il refrain del brano così come l’idea di fondo dell’album.
I Feel upset things go on and wear away the day. I Entitled you to show me this biggest happiness, it was time to feel again my head full of someone’s body.. ”
Suoni artificiali di sintetizzatori e ritmiche molto dinamiche, ballabili e ostinate. Il pezzo ha una carica energetica che trae influssi positivi da un mix di elettro-punk, dance ed elaborazioni industrial. Chitarra e basso lavorano su soluzioni armoniche regolari alternando, qui e là, passaggi di ‘notine’ ribattute e un bordone di basso che riempie le dinamiche delle drum-machine.
Il secondo brano è Violent Skill. Un pezzo costruito su un “riffone” centrale vigoroso e continuo, nel quale l’intreccio tra i diversi strumenti è un continuo crescendo d’intensità e di elaborazioni strumentali. Una ritmica incessante trascina l’intero pezzo dall’inizio alla fine senza stravolgimenti, eccezion fatta per brevi modulazione di passaggio scendendo di mezzo tono e una chiusura che svuota il pezzo dell’intensità che lo aveva contraddistinto.
La voce approda sulla base sospirando alcuni versi. Di colpe incede sul tema principale del testo “..you’re gonna drive me violent “ aprendo la vocalità, salendo di una ottava e pur tuttavia restando imbrigliata ad un centro tonale definito.

La terza traccia è intitolata Hedonism. E’ la traccia in cui meglio si coglie uno stacco netto tra introduzione e sviluppo (strofa e ritornello) e in cui le invenzioni psycho-trembling sul synth la fanno da padrone. Un’introduzione standard di basso e drum-machine raddoppiata da un bellissimo arpeggio di chitarra lievemente dissonante e successivi fraseggi distorti molto interessanti.
La progressione accordale sul ritornello è ben definita, forse la più classica dell’intero album.
You let me belive, I can carry Hedonism, eat me up. Consider me as a toy forgotten and lost…”

Il quarto brano è I did something dangerous. ‘Riffone’ di basso, poche frasi ed invade il campo una cavalcata monolitica in chiave Big Beat. Tempo veloce ed effetti roboanti. Giocato moltissimo su effetti di drum machine e synth.
Il ritornello frena la galoppata e si rende cantabilissimo.
Il quinto brano è la title track And Choking and Breathing. Un pezzo totalmente strumentale, raffinato e dolcissimo. Melodie pianistiche immerse dentro soluzioni artificiali in stile drone. Un tempo binario cullante e ipnotico riempie l’atmosfera di sensazioni nostalgiche e sognanti. Finché non siamo costretti a recuperare il senno, disturbati da un crescendo di zanzarosi frastuoni. Una sciccheria!
Si passa velocemente al sesto brano intitolato Smokers. Un pezzo decisamente ballabile. Forse il più “commerciale” da questo punto di vista. Anche in virtù di un cantato molto più melodico e sciolto rispetto ai brani precedenti. Atmosfere scintillanti nonostante una depressione intimistica latente e domande retoriche intrise di profonda tristezza: “Where are the days when we could laugh? When we weren’t falling apart like mirror that clash? .

Il settimo brano è Grey. Passiamo ad una dimensione più rock. Le chitarre tornano in primo piano puntellando il pezzo di bei fraseggi e soluzioni divertenti. C’è anche spazio per decelerare un attimo, dare sfogo alle invenzioni elettroniche e ritornare sul tempo martellante dell’introduzione.
Qui il testo sembra essere più interessante. Suggerisce immagini poetiche e decadenti, e una scelta consapevole:
A simple awareness rooted in me trying to look for a definition of me through black and white, drowning no fault will deface my body without remorse”.

L’ottavo brano è Tonight I Fell asleep . Sensazioni liquide, di immersione e sospensione, ci trattengono per buona parte del brano in una dimensione galleggiante. Echi lontani ci raggiungono e ci inquietano. Infine ne usciamo e riascoltiamo la parte introduttiva. Melodica e cantabile, si fa notare per il senso di leggerezza e distensione che lascia.
Il nono brano è intitolato Hate. Midnight. Si contraddistingue per un bel ritmo deciso e veloce. L’arrangiamento recupera le atmosfere alternative dance ed elettroniche nonostante si sentano fortemente incursioni post punk.
Dance to the speed of sound till your face won’t touch the ground. Move like an animal till your blood will beg for more”.

Arriviamo così al decimo e ultimo brano, The Distance. Ritornano pienamente le atmosfere che hanno caratterizzato la parte iniziale dell’album.
Un’introduzione lenta. Voce e base musicale si muovono in contrappunto lento, con un crescendo a cui si aggancia la batteria.
Room goes doen touching the ground, here without mind is it yours or mine?”
Il pezzo non deborda. Rimane imperniato sul ritmo di partenza e chiude l’album incorniciandolo quasi fosse un quadro post-futurista, pieno di sfaccettature e mutamenti cromatici che creano un movimento continuo e incessante. 

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