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Conta fino a dieci - Vanillina



Cinque anni dopo, i Vanillina tornano con un album che fa della potenza sonora, corroborata in primis dalle oscure ritmiche di Lou Capozzi e dalla chitarra elettrica ficcante e mai doma di Davide Lasala, la sua cosiddetta cifra stilistica, al quale si aggiunge e non è poco Alberto Motta al basso e alla produzione con Lasala stesso, per un lavoro di chiara matrice hard/rock che si declina felicemente in forme più o meno consuete, muovendosi sempre a suo agio in chiave punk soprattutto, ma è anche piacevole riscontrare in queste tracce, accenni blues, progressive/metal e post/rock, attingendo a melodie pop/rock tendenti a sfociare nell’epico, specie per quanto concerne i ritornelli, senza snaturare un impianto solido, per certi versi cupo, marziale, lancinante in certi frangenti... che è sicuramente debitore degli ottimi arrangiamenti e del mixaggio di Jean Charles Carbone.
Il teatro degli orrori per l’impianto generale e restando in Italia è il nome che ci viene in mente, se si cerca ad ogni modo un modello di riferimento, ma c’è tanto dentro queste tracce e restringere il campo sarebbe certamente deleterio.
Un disco di sicuro impatto dunque, che nel suo insieme denota anche una certa dose di sincerità, non è infatti un lavoro che piacerà a tutti, ma può arrivare a molti... visto che “la forma canzone” e “i ritornelli” sono ben assestati e l’insieme davvero ha poche cadute di tono.

“Boomerang”: un potente e tirato hard rock, a tinte oscure, che sfocia in un deciso e trascinante ritornello, contrassegnato all’inizio e alla fine da effetti “diabolici” nella voce, del resto “Io sono un demone, mi accontenterò di seguirti... Perfetto!!!”

“Il colore della notte”: le atmosfere vengono leggermente smorzate, per un’andatura rock più classica, così come l’esplosione nel ritornello epica... ma il tiro della band mantiene alti i giri, con i riff di chitarra elettrici sempre taglienti e un sound d’insieme robusto e ricco:
“Voglio credere al mio sogno, voglio uccidere il mio orgoglio...”

“Farsi del male”: un incedere da ballad, prettamente rock si intende, con una struttura abbastanza lineare, la differenza, il cuore del pezzo è nella ritmica di Lou Capozzi, cupa e lancinante che sembra quasi non veda l’ora di innestare il turbo sulle parole “nel crescendo emotivo” di Davide Lasala:
“dove si va, dove si andrà per stare bene... facile farsi del male, dammi un modo per poter cambiare”

“Discoteca solida”: sporco hard/rockblues, dove i nostri, pur “precipitando”, erigono un vero e proprio muro sonoro, con la chitarra elettrica sugli scudi nella parte strumentale:
“voglio una discoteca solida per portare il suono fino all’ultrasuono”

“Levada”: atmosfere di stampo progressive, con degli splendidi stop and go della batteria che precedono il ritornello, gran lavoro della chitarra elettrica ancora una volta, dissonante e lacerante, ma sempre precisa e potente: 
“per dirti che sei complice di un vortice sereno che brucia questo cielo...” 

“Vado via”: sinuosa e avvolgente ballad, dove (“ vado via, lascio te come lascio me, in disordine... io vivo”) perdersi sembra quasi necessario, contrassegnata com’è dai riverberi della chitarra elettrica:
“vado via, la certezza nelle cose non è certo verità”

“Monolite”: punk d’assalto, breve e rozzo il giusto... ma inevitabilmente impreziosito in fase d’arrangiamento con elementi di stampo quasi progressive, che donano al tutto un’eterogeneità complessa, condensata in meno di tre minuti, non è poco:
“non mi svegliare sono dentro a un incubo che mi piace”

“Vivila”: riff al fulmicotone per una ritmica ancora una volta punk... rispetto alla traccia precedente i nostri non apportano novità strutturali e il risultato inevitabilmente lascia l’amaro del già sentito, nonostante il brano scivoli via piuttosto agevolmente:
“siamo ancora qua ad aspettare, un pò di libertà non fa mai male”

“Grandine”: “per riavere la mia identità”, sonorità e riff ancora d’assalto e non potrebbe essere altrimenti dato il titolo, un impasto post/rock, per uno dei brani più “sociali” del lotto:
“ora ho voglia di vivere... ora scaglierò il mio esercito...”

“Motel”: “in cerca di qualcosa che ci cambierà”, il viaggio visto alla maniera dei Vanillina, è un brano corposo, ovviamente rock, che non disdegna la melodia nel ritornello e si affida alla chitarra elettrica a punteggiare la trascinante sezione ritmica:
“c’è un motel da un milione di follie irraggiungibile”

“Non aver paura”: a tempo di tango, “come vuoi tu”, i nostri rilasciano ancora una volta tutto il loro impatto sonoro, affilati, precisi e con la chitarra elettrica a fare il bello e il cattivo tempo:
“angelo nero ricordati che sono sincero... un pò più sincero di quello che temo”

“Cristosanto”: “come stai è un pò che non vieni qui... ad asciugarmi”... il gioiellino acustico in fondo all’album, che ricorda in certi passaggi gli Afterhous in versione acustica:
“Sorveglia che tutto vada a posto, guardati attorno, qui si muore ogni giorno”

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