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Tua - Simona Molinari





"Egocentrica e a volte forse un po’ lunatica, ma non sarò la prima e l’ultima che vuol sentire d’esser l’unica”. Questa è Simona Molinari, cantante fine ed elegante che viaggia sull’onda del jazz e dello swing a cui Sanremo stava troppo stretto per contenere tutto il suo fervido talento sulla falsariga di raffinate artiste italiane come Amalia Grè e Patrizia Laquidara. Ma, “forse”, Simona, ha quel pizzico di leggerezza che aleggia nelle sue canzoni che la rendono più aperta a passaggi radiofonici. Ed ecco che, la 28enne aquilana (nata a Napoli), in 3 anni incanta gli intenditori ed un più vasto pubblico, prima con “Egocentrica”, poi con “Croce e Delizia” preceduto dal singolo “Amore a prima vista” insieme ad Ornella Vanoni, fino ad arrivare al suo ultimo lavoro “Tua”, in cui, la vincitrice del prestigioso “Premio Lumezia” collabora con il  pianista jazz newyorkese Peter Cincotti ed il risultato è…
“In cerca di te (sola me ne vo)”: Se queste sono le premesse si prospetta un disco frizzante che porta alla ribalta radiofonica l’electroswing tanto amato da Simona Molinari, che si cimenta  in questo brano del 1945 allora reso famoso da Nella Colombo, un allegro pianoforte in stile Carosone (e Carosone ha anticipato di 60 anni!) si scontra con il tipico scatto di un giradischi a metà strada tra le canzoni post seconda guerra mondiale e quelle anni ’80 passate in disco dai dj. Il Battito di mani e il loop di batteria rende a pieno quello che la gente provò finiti i bombardamenti, in un’Italia che si incamminava verso la totale ricostruzione e, a pensarci bene, non sono poi così lontani quegli anni…
“Sola me ne vo per la città, passo tra la folla che non sa, che non vede il mio dolore, cercando te, sognando te, che più non ho…”

“La donna di plastica”: piano, fiati e contrabbasso in pieno swing anni ’50, con Josephine Baker ed i suoi vestiti sberluccicanti, con quella ironia che già nei precedenti lavori ha contraddistinto la Molinari. La voce filtrata rende meglio l’idea: una donna soffocata, che vuole sentirsi libera, essere se stessa sempre e piacersi così com’è. Il finale si prende in giro da sé, con quella vocina che fa il verso per poi estendersi in un grido liberatorio da spettacolino di cabaret, ma ciò non è fuori luogo, rende perfettamente nel contesto e rispecchia la personalità dell’interprete.
“Amami libera sul pentagramma di questa vita mia un po’ bizzarra,  io sono un gioco, sono l’istinto
sono una maschera sopra un dipinto voglio la vita, voglio il tuo amore di più non chiedo, di più non ho…”
“Lettera”: Come quando si esce di scena, dietro le quinte, Simona Molinari “fugge via con le rose in mano” e scrive una lettera… un brano sicuramente di una forte intensità vocale ma strizza troppo l’occhio al pop. Cosa abbia spezzato l’equilibrio del disco non si sa, ma questo brano scade nel banale e di certo non aiuta la voce italo americana di Cincotti che sembra uscita direttamente da un disco anni ’80, di quelli che solitamente ascolti dal dentista e che dovrebbero servire a rilassarti. Un pianoforte accompagna i “due innamorati” in una strofa alquanto banale…
Mi scrisse e mi lasciò quel foglio sopra il letto, lì dove poco prima lo tenevo stretto. E non fu facile accettare mai quel gesto. Più della sua amò la mia felicità…”

“Forse”: chiedendoci ancora cosa sia successo alla precedente Molinari, ritorna in questo brano crudo, un charleston dal ritmo dance. Il potere dell’electroswing è quello di mischiare le sonorità vintage (con il riff vocale di Danny Diaz alla Louis Amstrong) a quelle dei primi anni ’90. Quante volte al giorno pronunciamo la parola “forse”? Forse è l’amore, forse è il futuro, forse è il lavoro, in forse sono anche le idee ed i valori e quindi cosa rimane di questo paese precario? Solo un forse. Una canzone che, come il primo brano, tocca temi forti con la leggerezza e la spensieratezza tipica della Molinari… in fondo non c’è troppa differenza tra ideologia e superficialità…
“Forse mi comprerò una casa a Roma, con la pensione di invalidità. Forse partendo farò fortuna  la porterò con me nell'aldilà…” 


“La verità”: una chitarra ritmicamente dalle sonorità sudamericane, con quei riff gitani in sottofondo e una voce questa volta storpiata che riprende la precedente di Danny Diaz. Non è un brano molto incisivo, ma il testo si sposa bene con la musica che sicuramente avrebbe reso meglio in spagnolo. Simona è scettica, non crede più, neanche al suo amore, nemmeno a se stessa…
“Ma la verità o non esiste oppure non si sa, non è una sola o dura attimi, la verità è nei lividi”


“Tua”: uno dei migliori brani del disco, in cui una morbida chitarra ci trasporta “tra le braccia” del jazz. Un’atmosfera da sogno, per niente è una cover di Jula De Palma presentata nel Sanremo del ’59. Un assolo delicato accompagnato da un coretto soft…e la voce di Simona Molinari non è mai sopra le righe, mantiene costanza come tutto il pezzo.
“ Tua, tra le braccia tue, per sognare in due così, tua, sulla bocca tua, dolcemente mia così,per sempre tua…”


“Maruzzella”: Nel primo brano l’abbiamo citato non certo per caso, è questo brano ne è la dimostrazione. La cantante aquilana in questo disco cerca di recuperare Renato Carosone, colui che negli anni ’50 porto la canzone americana in Italia (diamo a Cesare quel che è di Cesare). Il piano si presenta in veste più sobria rispetto alle “palline da tennis” di Carosone e la chitarra scandisce il ritmo, insieme alle spazzole e al contrabbasso, in un complessino jazz. E Napoli e New York sono tanto vicini. Simona riesce a personalizzare senza stravolgere, quello che è un capolavoro della musica napoletana e quindi italiana, “Maruzzella” appunto, dove ritorna fortemente come non mai il tema della femminilità. E la scelta è azzeccata. Canta Napoli…
“Maruzzella Maruzzè, t’he miso dint’a lluocchie ‘o mare e m’he miso ‘npietto a me ‘nu dispiacere. ‘Stu core me fai sbattere chiu forte ‘e ll’onne quanno ‘o cielo è scuro:
primma me dice si, po’ doce doce me fai muri. 


“Stringimi più forte”: il pianoforte che accompagna la voce di Simona Molinari, a cui si aggiunge la sezione ritmica, può sembrare qualcosa di simile a “Lettera”, ma qui il risultato è migliore. Il brano tende fortemente al soul e questo ce lo fa capire anche il testo e le rime, ma la Molinari se lo può permettere senz’altro, anche se, per un disco musicalmente soft, un brano che tende al pop, può risultare rischioso. Fortuna che l’interprete riesce a mettere sempre un pizzico di ironia anche in una canzone come questa, passionalmente forte…
“Sai, si può avere qualcosa da dire quando la vita ti insegna a soffrire, quando ti accorgi che dentro al dolore a volte c’è un mondo che devi scoprire…” 

“Always watching you”: il brano precedente ce l’aveva fatto già capire. Una sterzata netta verso il soul, il piano si da il cambio con la voce e la Molinari cerca di americanizzare la canzone. Sonorità trasognate per un vero e proprio duetto, con Peter Cincotti, che ancora una volta ci mette lo zampino. Un duetto che piacerà ai fan, soprattutto ai nuovi, ma che rischia di scivolare come il sapone, crediamo che Simona avrebbe cantato anche da sola questo brano e che avrebbe sicuramente fatto di meglio. L’apporto che Cincotti ha dato al disco non è sempre funzionante.
“Ho pensieri che non sai, non li conto quasi più ci son cose e ci son guai, in tutto questo ci sei tu. Io guardo fuori e vedo te mentre piove…” 

“Tra la lotta e la resa”: il disco sul finale, mostra un’altra visione della vita, non più frivola come le precedenti canzoni, non più superficiale. Simona Molinari vuole dimostrare le sue doti interpretative e perché no, anche cantautoriali, dimostrare che lei non è solo charleston, cabaret e paiette, ma, in questo finale, vuole dare prova che una donna può essere tante cose insieme, moglie, madre, amante, amica e… una vera combattente. Dietro quel “Tua” si nasconde l’essenza della femminilità, una donna volubile e capricciosa, un po’ geisha, un pò aggressiva, ma anche materna, silenziosa, paziente, impaziente, passionale, dolce… ma mai sottomessa. E in questa vera e propria premessa, la Molinari mostra l’ultima caratteristica, quella di una donna che combatte per i propri ideali, per difendere il proprio paese…
“…Terra d’amore e magie, terra di sogni e di amare bugie. Terra libera eppure di mille contraddizioni schiava, mia povera, piccola, Italia”

“Povera piccola Italia”: ritorna lo swing che tanto preferiamo, un pianoforte, una tipica sezione ritmica che esalta le doti vocalmente poliedriche della Molinari, che si incontrano con quelle di Danny Diaz e Dado Moroni molto riuscite rispetto a quelle di Cincotti. Un brano ironico, per descrivere quanto sia caduto in basso il nostro paese, che non è solo pizza e vino, Bellucci e Ferrari, l’Italia è più di questo, ha una cultura, una storia che ha profonde radici. Il finale si ricollega al primo brano, in un paese con un immenso patrimonio che va tutelato, come afferma anche l’art. 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Ma, come dice anche Simona, l’Italia ha sempre rincorso il mito americano, sia positivamente che negativamente. Un po’ come questo disco, fatto bene, mai sopra le righe, che piacerà anche ad un pubblico più vasto, che in tal modo fa apprezzare generi come lo swing o il jazz che sono storicamente musiche per pochi. Bene anche le incursioni vocali di Danny Diaz, particolare cantante del “jazz orientale”, ma in due, tre brani, il disco rischia di tendere troppo la mano al pop e al soul con l’apporto di Peter Cincotti. Il disco sembra realmente un working in progress… per fortuna Simona Molinari ha la grande dote di saper tenere ben saldo il timone…
“no no c’è altro posto che adoro anche se tra la cultura e la politica, l’informazione è scandalistica. Povera piccola Italia, presa d’assalto dai media, persa tra televisione e cronaca, bene o male il mondo parla sempre di te…”

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