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Valdazze - Saluti da Saturno



Per parlare di questo nuovo album dei Saluti da Saturno, vi consigliamo intanto di provare a cercare su Wikipedia Valdazze, che è il titolo appunto di questo secondo e ottimo lavoro dei nostri... fatto? No? Vi diamo una mano o meglio un link:

Bene, un titolo insomma un programma, un manifesto, una dichiarazione d’intenti...  
La Flexibile Orchestra da Pianobar Futuristico Elettromeccanico di Mirco Mariani, cerca riuscendoci, di suscitare quelle sensazioni, emozioni... un viaggio sonoro, in un tempo “popolare e nobile” e genuino come mai, con l’attitudine mai spocchiosa e fine a se stessa, ma funzionale e stimolante, ricca di sapori perduti e ricordi dismessi, armadi dove non ci sono scheletri, ma speranze, ingenue forse, ma pure... incontaminate... senza tempo... primi sguardi sul mondo e infinita saggezza antica a intrecciarsi amabilmente per costruire un punto di vista da cui ripartire per andare ovviamente “lontano” tra atmosfere da American Graffiti, visioni circensi, città vuote, jukebox e poesia.  

“La giostra meccanica”: ricordi e suggestioni felliniane per questo intro strumentale.

“Tra noi”: con la melodia che ricorda “Se perdo anche te” di Gianni Morandi, è un brano piacevole e delicato, con un’aria hawayana e gli inserti di piano in evidenza:
“sul pavimento una bambola è rotta, presa in braccio giocherà”

“L’ultimo giorno d’estate”: atmosfere retrò da grande canzone di una volta, coi violini a impreziosire “la nostalgia”:
“...e non aver più paura di superare il confine finchè nel petto porterai il nostro amore”

“Valdazze”: direttamente da un jukebox, la titletrack, scanzonata e trascinante, riporta in vita tutti i sapori degli anni ‘60:
“piano piano arriverò, in ginocchio strisciando arriverò...”

“Cinema”: dove paradossalmente il mood è quello di un fermo immagine, dove scorrono i ricordi agrodolci dello spettatore, struggente ed evocativa, pur giocata sulla sottrazione degli elementi musicali, la traccia affascina e convince sin dal primo ascolto:
”vita mia quanto bene ho voluto alle cose, ai tanti amici di allora, alla gente passata dal peccato all’amore”

“Afa”: col piano e una melodia “senza tempo”, è un piacere saltare “sulla giostra” per assaporare questi sapori popolari:
“un’ansia tropicale da smog, un gelato da succhiare con te, all’ombra di un tram navicella spaziale che non sa dove andare”

“Frammenti di notte”:è il contrabbasso stavolta “là dove si può ancora sognar, lontano, dall’altra parte della terra...” il protagonista indiscusso tra jazz e speranze.

“L’amore ritrovato”:  brano “scuro e in minore” a sancire “i cambiamenti” a tempo di marcia: 
“... socchiude ora gli occhi per lasciarla addormentare... l’onda lunga del mare”

“Bianco divano”: andamento jazz con strofa incalzante, dove i colpi della batteria si prendono volentieri la scena e ritornello volutamente scarno, demandato al solo pianoforte, ad accrescerne l’intensità lirica (del testo) ed emozionale... da segnalare anche il suggestivo finale strumentale:
“rimango immobile per un altro pò”

“Optigan nella nebbia”: altro strumentale, breve, intenso e malinconico.

“Hotel Miramare”: “vento e fiati, invocando il sole, che cuoce e che scotta” in perfetta antitesi con “Afa”, melodicamente ineccepibile e dal ritmo coinvolgente:
“cercando te... cercando niente da fare“

“Lontano”: nella semplice rima “con mano” sembra in qualche modo esplicitarsi il tratto distintivo dell’intero lavoro dei nostri, ovvero il recupero della semplicità, genuinità... verità, delle canzoni del passato... con un titolo del genere poi:
“appoggiar la testa al muro e di ferite poi guarire, di lavanda il tuo profumo e tanta voglia di partire”

“(la bocca tua)”: “raccontando l’indicibile che consola più che mai” è la chitarra, coi suoi arpeggi intensi, l’assoluta protagonista della traccia che chiude l’album, coi violini a far da degno tappeto: 
“fa camminare senza mai chiudere la porta e poi volare sempre ma mai guardare giù e poi gridare sempre a voce alta come sirene disperse in mar...”

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