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Paradiso amaro di Alexander Payne




- “Una famiglia in fondo sembra esattamente un arcipelago, sono tutti parte dello stesso insieme, ma separati e soli e lentamente si allontanano sempre di più”
Un film “importante”, visti i temi trattati (la famiglia, l’eutanasia, il tradimento, la morte...) che eppure scivola via piacevolmente con leggerezza e classe... non si poteva chiedere di meglio ad Alexander Payne, che da una novella di Kaui Hart Hemmings, con la fotografia magistrale di Phedon Papamichael Asc., tira fuori un capolavoro, perchè affronta senza pietismo, anzi con ironia corrosiva il tutto,  avvolgendo ogni singolo fotogramma di “ritmo vitale”, che trascende la sinossi in se, per parlar d’altro... di come riappropriarsi della vita e appunto del suo senso, di quello che siamo o crediamo di essere... mantenendo tra i paesaggi da cartolina e per tutta la sua durata, grazie a  un cinismo beffardo “a tratti finanche spassoso”, i toni da commedia brillante, pur nel bel mezzo del dramma... rimanendo parafrasando “attaccato alla vita” e facendo si che lo spettatore resti ancorato allo schermo.
Il senso della realtà o della vita reale che dir si voglia, che i personaggi hanno perso, è palpabile, sin dai primi dialoghi e viene via via esplicitata con la loro presentazione, a partire da quelli principali (i rapporti conflittuali con le due figlie) ma anche e soprattutto con l’entrata in scena di quelli secondari... sono infatti, l’amico della figlia di Clooney, il suocero, i cugini... gli ami gettati, con il quale il protagonista deve confrontarsi, in quella che è in ogni caso una vera e propria catarsi, dove Clooney, giocando per sottrazione, tenendo tutto dentro come il suo personaggio, ne esce assoluto vincitore.
E seppur prevedibile in alcuni sviluppi narrativi, resta “sempre vivo” un orgoglio, un sentimento di rivalsa di fondo, anche nel buonismo “telefonato” della decisione riguardante i terreni (visto che ne beneficerebbe anche l’amante della moglie) e anche nel finale all’ospedale dove a presentarsi è la tradita (dell’altra parte)... il film non perde mai la bussola e “la verve” che lo contraddistingue.
- “Hai tempo? “
- “Io non ho nient’altro che tempo”

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