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Verbal



Buon esordio questo dei Verbal, formazione bergamasca con all'attivo svariati live act, fra noise, psichedelia, post rock, space rock, per quanto possano contare le definizioni...
è un album da ascoltare tutto d'un fiato, più volte ovviamente, per lasciarvisi trasportare e abbandonarsi ad esso,perchè non è di certo di facile ascolto, ma merita sicuramente. Su tutto spicca il grande lavoro alle chitarre di Isaia Invernizzi e Marco Palimbelli, invasive e convincenti, ma sarebbe ingiusto non citare anche i sottotesti armonici di Marco Torriani, tastiere e tanto altro e la sezione ritmica che si esalta letteralmente in Orwell e Benny Hill, composta da Gregorio Conti e Sebastiano Ruggeri.
Un buon biglietto da visita quindi, coeso e d'impatto, forse più cerebrale che fisico, che perde qualcosina in termini di sviluppo del singolo pezzo in taluni frangenti, ma c'è tutto il tempo per migliorare, perchè le doti ci sono e sono più che evidenti.

"Double D Marvin": ipnotica e tagliente, a tratti convulsa, con un ottimo lavoro prettamente noise, delle chitarre elettriche.

"Kaspar Hauser": a tinte oscure, dal suono corposo, profondo e a tratti psichedelico, con la melodia delle chitarre elettriche che squarcia il mood metalicco della ritmica, da segnalare anche il suggestivo finale dove in una cavalcata tipicamente "space", la voce ripete un mantra ossessivo.

"Coronado": in questa traccia i nostri proseguono in un certo qual modo "il discorso psichedelico", appena accennato nel brano precedente, soprattutto nella prima parte dove l'atmosfera la fanno le eccellenti trame chitarristiche, ora raggelandola ora scivolando sinuosamente, prima di deflagrare nel noise nella parte centrale, per tornare al tema, sul finale.

"Orwell": un'andatura ritmica straniante e obliqua, è la cifra stilistica del brano, che si serve anche di una voce robotica oltre ai suoni delle chitarre elettriche per saturare e rendere ancor più claustrofobica l'atmosfera.

"Benny HIll (Hates Sports): con spirito "quasi progressive" in territori space rock o post rock che dir si voglia, la traccia si regge sui notevoli cambi di registro e di tempo, con ancora una volta accenni noise e psichedelici a impreziosire il tutto.

"Kobayashi": sospesa e suadente, con le chitarre "cristalline" per l'occasione, in primo piano, ha un tiro avvolgente e trascinante nonostante sembra procedere quasi a strappi, per i ripetuti cambi di tono, è sicuramente un merito ed è una degna chiusura per questo interessante esordio.

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