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Quando parlo urlo - Tindara




Di certo una piacevole scoperta questo esordio, che tra tante luci e poche ombre, si lascia ascoltare piacevolmente, abbracciando un campo d'ascolto eterogeneo e stuzzicante per le orecchie dell'ascoltatore di turno. Prodotto da Luca Bergia e dallo staff Marlene Kuntz è un lavoro ben strutturato che anche nei rimandi più o meno espliciti riesce ad attenzionare al meglio l'ascolto del fruitore, che non si perde, pur fra i suoi molteplici riferimenti, mantenendo viva la tensione.
Una band che sa il fatto suo, lo dimostra anche nei brani più tra virgolette semplici, anzi è appunto la semplicità, la forma canzone bene in mente a far si che il tutto sia ampiamente godibile.
Sono insomma prima di tutto canzoni e hanno il dono della sintesi, un concetto pop per eccellenza che si dipana in altri contesti e rimandi alle varie epoche musicali, con gusto e stile, grazie anche agli ottimi arrangiamenti e ai testi disincantati e carichi di amarezza ma sempre lucidi, che rilasciano immagini e sensazioni spesso nitide:

"Come dici tu": "a volte sembra non ci sia dato scampo"... un folk trascinante e accattivante con venature blues e psichedeliche con un discreto appeal propriamente pop nel suo dipanarsi:
"le vostre risposte latitanti da sempre danno l'ultima conferma"

"Ho scelto il nero": "stanco di vivere con colori che non mi appartengono, meglio del grigio eterno indeciso", coi riff delle chitarre in evidenza, è un brano abbastanza lineare nella sua struttura tipica rock, che si contraddistingue per la melodia non facile del cantato:
"meglio del bianco che mai sarà tale"

"Sopra la delusione": ballad dai sapori molto anni 90 per sonorità e arrangiamento, dove sono ancora protagoniste gli interventi chitarristici, da segnalare l'intenso finale di marca più squisitamente noise:
"l'erba mi taglia le gambe, cresce rigogliosa sopra la delusione"

"Quando parlo urlo": "ricordami come non sono stato mai"... si resta su profumi anni 90, specie per il giro di accordi su cui poggia la title track, per un' altra intensa ballad, stavolta essenzialmente acustica, eccellente dal punto di vista armonico, con uno dei migliori testi del lotto:
"ho preso gran confidenza con le tue spalle sorde come fionde riportano indietro tutti i miei sforzi"

"Stones": strofa, ponte, ritornello, assolo, tutto abbastanza semplice ma anche estremamente difficile da realizzare senza scadere nel banale e i nostri tirano fuori una perfetta sintesi, destreggiandosi abilmente tra rock, blues e pop: 
"ieri non ero in me oggi più di ieri"

"Un minuto": "... di silenzio è quello che desidero di più"... tutta giocata sulle chitarre acustiche, in un'atmosfera sospesa e suadente, anche se ci aspettavamo a dire il vero un maggior sviluppo strumentale nella parte finale.

"Sogna che ti passa": sembra quasi un riuscito connubio tra Numero 6 e Perturbazione, per dinamiche, arrangiamento, aperture vocali, siamo in territori indie pop nostrani insomma, il risultato è assolutamente avvolgente e coinvolgente, come si conviene alle migliori famiglie:
"sarei riuscito a farla ridere neanche un pò"

"Schiuma": ancora indie pop, ancora anni 90 ma con un deciso respiro internazionale:
"il tempo perso prima o poi tornerà a cercarti il tempo perso ha paura di essere dimenticato"

"Vescica": la traccia forse più ricca e affascinante dal punto di vista compositivo, seppur breve, condensa una varietà di registri davvero degna d'attenzione:
"proprio sul più bello"

"Upupa": col pianoforte assoluto protagonista è un suggestivo intermezzo strumentale, dai tratti sinistri, grazie alle voci lontane che si odono e allo scalciare ""degli zoccoli di cavallo" che ben prepara all'ultima traccia

"Consapevolezza": "son morto shekerando quel che resta del mio corpo"... riff anni 70 immersi in un magma post rock cercando "la giusta condizione"... anche qui vale la considerazione fatta per "Un minuto"

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