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La dieta dell'imperatrice - Umberto Maria Giardini



Premettiamo che non tutto è messo ottimamente a fuoco e che il risultato nel suo insieme appare poco omogeneo ma c'è da premettere anche che stiamo pur sempre parlando di un primo disco... Umberto Maria Giardini altresì noto come Moltheni nonchè batterista per l'ottimo esordio dei Pineda, torna sulle scene inaugurando il nuovo corso di un cammino che alla fin fine è un pò Moltheni specie quello degli esordi nella prima parte e un pò Pineda nella seconda, a legare il tutto "in forma nuova" ci pensa Umberto, ci aggiunge le chitarre languide e suadenti di certo rock inglese, un piglio post rock e il gusto innato per la melodia evocativa, non facile ma che dopo qualche ascolto ti entra dentro per la sua bellezza nonostante sia complessa e mai liberatoria del tutto, ma del resto ci troviamo in una specie di limbo, c'è una storia finita male anzi due, il nostro fa i conti necessariamente, quello che è emerge è la ricerca di un assoluto che si va perdendo/si è perso inesorabilmente, in cui i suoni sembrano implodere e nello stesso tempo cercare vie di fuga costruite per l'occasione e le parole spesso sono criptiche e amare, gonfie di malcontento come i lividi da riguardare allo specchio dell'anima.
Un lavoro insomma necessariamente di passaggio inevitabilmente privo di coesione interna, che però non smette oltre che di interessare in primis per l'artista in se, impegnato quasi in una sua personale sfida coi suoi trascorsi recenti e non,  "Un' anima divisa in due" letteralmente, soprattutto per l'alchimia che in ogni caso riesce a creare, rendendo questo esordio tra virgolette sicuramente affascinante e ricco di sfumature e questo per ora ci basta per dare un bentornato ad Umberto:

"L'imperatrice": il breve strumentale che apre l'album è un suggestivo folk psichedelico tutto giocato sulle chitarre.

"Anni luce": "ora inventa un tempo in cui ci siamo io e te ti rendi conto che sarà bellissimo per noi"... ballad dalle atmosfere sospese e sinuose eppur ariosa e melodica, persino ammiccante e pop in certi passaggi:

""avrei dovuto guardare gli anni tuoi ci avrei trovato quelli miei immacolati saremmo andati via illuminati lontani anni luce da tutti i fulmini del cielo che vorrai per noi"

"Il trionfo dei tuoi occhi": ballad chitarristica di forte impatto emotivo, l'intensità si taglia a fette per quanto l'atmosfera resti cupa e la ritmica è ossessiva ma rilascia squarci di speranza nel lirismo del ritornello, uno dei picchi dell'album:  

"mille montagne scalerò facendo spazio tra i tuoi nei e nei dubbi miei"

"Quasi Nirvana": con il primo singolo estratto il nostro vira su territori post rock scarni ed essenziali con un crescendo continuo dove il sound si arricchisce e colora di nuove sfumature dove a risaltare è l'ottimo arrangiamento:

"toglimi come va tolta la carie dai denti"

"Il desiderio preso per la coda": altro brano strumentale, con riff di chitarre ipnotico e incedere marziale che non smettono di evolversi e trascinare, impossibile non far riferimento alla recente esperienza coi Pineda. 

"Discographia": un mood epico eppur ironico ancora una volta ben arrangiato, dove spiccano gli interventi ritmici che preannunciano la melodia del ritornello e la coda strumentale, per un riuscito mix di sapori '70/'80:

"vendimi, in ogni megastore
cambia, muori fredda e gela, leggera aurora"

"Saga": un incedere sensuale con un gran lavoro di chitarre, ci troviamo di fronte a un sound post rock, venato di inserti psichedelici, non convince in toto la scelta di registro nel ritornello dove ci saremmo aspettati un'apertura melodica quanto meno nella seconda parte:

"Ridi con me, piangi con me
bagna le mani ridisegna il volto di chi ti ha amato come me"

"Genesi e mail": uno dei brani più vicini agli esordi, melodicamente parlando, un folk  psichedelico reso in uno stile minimal che non si concede risvolti pop, con gli archi nella seconda parte che non dispiacciono affatto... eccessivo a parer nostro il ripetere nel finale "tu giungimi in ritardo ma nel farlo lascia almeno la tua mail" che sentita una volta va bene... di più, finisce con l'intaccare un testo perfetto, ironico, crudele e persino "femminista":

"l'uomo ha fretta dice sempre no a meno che non ci sia una vagina
femmina e' l'amore, maschio il dolore"

"Il sentimento del tempo": è una traccia dove le influenze "Pineda"  prendono il sopravvento decisamente, tutta giocata sui continui cambi di ritmo e atmosfere, il risultato è ricco e di grande impatto, trascinante... uno dei brani migliori del lotto:

"Bologna non era piu' quella che tu conoscevi
di quando ridevi felice e convinta di avere il futuro
appena a un metro da te
e invece vivo li' c'ero io"

"L'ultimo venerdì dell'umanità": "come sopra", ci troviamo in una vera e propria suite anni '70,  dilatando il risultato per nove minuti. Si parte piano con le chitarre ipnotiche a tessere la trama e il nostro a declamare, poi sempre con garbo entra in scena la sezione ritmica e l'intensità non può che crescere e continuare a farlo con gli altri strumenti che non fanno mancare il loro apporto:

"chiave chiudi i quaderni miei
tanto a chi dovrei o potrei leggerli?"

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