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La migliore offerta di Giuseppe Tornatore



Partendo dalla fine per riassumere questo film, potremmo asserire che l'amore è l'unico errore che un uomo apparentemente perfetto può rischiare di commettere ma è anche l'unica cosa che dà un vero e proprio senso all'esistenza di quello stesso uomo... ossessionato dal negare a se stesso un rapporto con l'altro... e che alla fine ne è valsa comunque la pena. 
Oppure ancor meglio citando una frase del film: "Vivere con una donna è come partecipare ad un'asta. Non sai mai se la tua è l'offerta migliore".
Morali a parte, dopo il mastodontico e non riuscitissimo Baaria, Tornatore torna con un film assai più solido, con una sceneggiatura che è un "meccanismo" perfetto, mischiando dramma, noir e trhiller psicologico come aveva già fatto in passato con il capolavoro Una pura formalità e con il buono La sconosciuta.
La migliore offerta riporta il regista ai fasti del 1994, con meno onirismo e meno fascino inquieto ma più fatti, avvenimenti e "concatenazioni" come nel film del 2006, asciugando però la storia dal punto di vista della scrittura e optando per uno sguardo meno distaccato  e di certo con meno flashback (rispetto per questo ultimo aspetto ad entrambi i film), dosando in maniera egregia gli snodi narrativi e giocando abilmente con le finte tracce gettate in pasto, di tenore sempre diverso, agli spettatori (senza tuttavia rischiare di far confusione) per provocare la sorpresa finale. L'operazione riesce in toto, il film risulta scorrevole e godibile nonostante la durata, avvincente e convincente, non raggiunge il lirismo, la passione/disperata, per la vita nei frammenti di On Off  e non ha la suspance e la violenza d'impatto della storia Xenia/Irena ma è un "orologio" rigorosamente filmico che funziona in maniera impeccabile, dove i pezzi del puzzle vanno a posto con rigore e lucida, triste realtà. 
Per far ciò il nostro si serve di una prima parte quasi didascalica (ma necessaria ai fini del racconto) con sfumature quasi noir nei toni e nelle atmosfere per presentare i personaggi "persi" nei loro ingranaggi, nelle loro manie di perfetta solitudine e paura di aprirsi al mondo esterno (i guanti,  i ritratti di donna, gli sguardi negati, per  Geoffrey Rush, la casa, le porte, la voce lontana, il senso di chiusura per Sylvia Hoeks...)  e introduce la teoria dell'automa che li lega indissolubilmente, riportato in vita "dal burattinaio Jim Sturgess... Magistrale la prova dei tre protagonisti a tal proposito e azzeccato perfettamente il ruolo di Donald Sutherland, citazione d'obbligo per Kiruna Stamell, eccezionale, immobile e raggelata, da brividi, tra David Lynch (addirittura) e un vero e proprio Deus ex machina, tra magiche e false verità e matematica precisione che riporta come atmosfere ai ricordi confusi/sogni di Una pura formalità.
Nella seconda parte la storia sembra procedere secondo i canoni del genere drammatico, con i relativi processi di svelamento verso un percorso di crescita comune, "dove lui toglie i guanti e lei si fa finalmente guardare", verso un'apparente fine logica e commovente. A questo punto se il film finisse qui sarebbe solo un onesto film di un grande regista e la delusione sarebbe tanta, ma che non sia così è palese perchè Tornatore aveva disseminato lungo il percorso legati alla ricostruzione dell'automa diversi ami per sapere benissimo che la storia è tutt'altro che conclusa e senza peccare di spoiler alza e di molto l'asticella qualitativa dell'intero lavoro, perchè tutto appare funzionale alla narrazione e ogni  briciola  per così dire trova la sua strada in una logicità disarmante... senza perdere è giusto sottolineare mai la poesia dello sguardo e le pennellate d'autore della mdp, aiutato dalla eccellente fotografia di Fabio Zamarion e dalle musiche del maestro Morricone. L'assoluta novità del digitale non ha inciso dunque sulla calda ed emozionale resa cinematografica dell'opera, "Il digitale è stata una scelta bellissima: non mi sono pentito nemmeno per un secondo. Se dovessi rigirarlo domani, lo rifarei così" ha dichiarato e per ultimo c'è da dire che la natura ambivalente della pellicola si può facilmente intuire ancora dalle stesse parole dell'autore che presentandolo ha ammesso: "è un film che nasce dalle ceneri di due film diversi che mi piacevano molto ma li ho dovuti riscrivere in un lavoro di artigianato cinematografico, di vera e propria gioia della narrazione".

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