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Max Gazzè - Sotto casa



Se Gazzè è uno dei pochi che si è presentato a Sanremo con due brani di identico valore, non è certo un caso che questo "Sotto casa" (scusate, non abbiamo resistito) sia un album di indubbio spessore artistico, scritto, suonato e arrangiato come si deve e soprattutto sorretto da un'ispirazione che non abbandona mai queste dieci tracce, che ricalcano sentieri già tracciati dal nostro a dire il vero, ma che hanno i giorni migliori ben presenti e tutti da vivere. Paradossalmente è quasi un classico, un best of del Gazzè che tutti conosciamo e che musicalmente si muove fra i tardi anni 80 e accenni di 70, musicalmente parlando, ma con rinnovata voglia di aggiornare la materia che da sempre maneggia con destrezza, con la poesia, oggi più amara e disillusa che mai, dove l'amarezza spesso ha la meglio sulla ironia, ma che non smette di cercare la soluzione, la forza, in questo caso e in primis per uscire da una storia d'amore finita male. Banale direte voi... eppure certi versi reggono quasi da soli le canzoni, metteteci poi il miglior Max che gli da quell'inconfondibile tocco stralunato e coinvolgente nel canto e nel diramarsi delle soluzioni strumentali, sempre di grande efficacia e una vena pop invidiabile, avrete le giuste dosi di leggerezza, ricerca, sperimentazione come per incanto, condensate in dieci canzoni:

"E tu vai via": "Non c'è più niente che mi faccia dolore dell'immagine di te col tuo prossimo amore", incedere cupo e incalzante col basso predominante, con sapienti aperture melodiche, per un testo sospeso tra disincanto e amara nostalgia:
"Dietro le pareti dietro l'illusione dei miei baci dati per ostinazione"

"Buon compleanno": semplice ballad delicata e poetica, velata di tristezza dal ritornello contagioso:
"non eran soldati ne stelle diranno ma due semplici innamorati"

"Sotto casa": "sono l'indegno messaggero e cerco dio", popolare e trascinante con un testo importante che ben stride e si sposa con il mood festaiolo e i synth a colorare il corpus:
"in tutti i poveretti che hanno perso il senso della vita"

"I tuoi maledettissimi impegni": "se tu lavori tutto il giorno a che mi serve vivere?" Electro pop con un' aria new wawe con un testo ispirato che riporta alla mente i successi del nostro:
"ma tu coi tuoi discorsi strani: cantare le canzoni oggi non basta più"

"Atto di forza": "la grandine come un ceffone farfuglia strambi cadaveri di parole"... folk e atmosfera scarna, suggestiva ed assolutamente evocativa condita dal mirabile arrangiamento e dalla solennità di uno dei testi migliori dell'intero lotto:
"perchè la ragazza ha tradito lasciando a lui prati di niente e un fuoco lontano a incendiarlo"

"La mia libertà": "non mi è bastato no l'amore avuto in prestito da te" con i synth protagonisti, il brano è abbastanza prevedibile nel suo dipanarsi ma è difficile rimanere indifferenti alla energia che trasmette sotto tutti i punti di vista:
"sai che c'è? C'è che ognuno fa quello che vuole e che tu non hai idea di cosa sia l'amore"

"Il nome delle stelle": "in un paese forse troppo diverso che non sa ascoltare" tre momenti ben definiti scanditi dalla velocità del ritmo e dal cambio delle atmosfere in questo brano dai sapori pop anni '80 dosati con efficacia estrema e un innegabile appeal radiofonico:
"a volte io mi sento molto solo a volte io mi sento meno vivo"

"Con chi sarai adesso": "gli strapperei di dosso il sorriso che ha messo"... parte come una pop ballad abbastanza standard, per animarsi nel ritornello con virate quasi progressive dai toni solenni:
"ed ora guarda che hai fatto! Il nostro amore che affonda"

"Quel cerino": "Vento non ti accorgi che se incendia è aria da fermare" quasi il proseguimento della traccia precedente per solennità d'atmosfera e l'abbondante uso di archi, una rock ballad, stampo anni '70:
"Vento capirai perchè ogni volta che fai sbattere una porta poi ci sobbalza il cuore vento siamo intrisi di paure gente allergica al dolore ai soprusi allo spavento"

"L'amore di Lilith": il brano che chiude l'album è anche quello più tirato, riconducibile ancora a un mood anni '70, incisivo e incalzante, a tratti persino funky, con la voce filtrata e i synth a prendersi la scena sul finale:
"eva tu fragile amante avrai capito solo dopo che fosti la prima di tante"

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