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Tutti contro tutti di Rolando Ravello




"Se pensavate non eravate muratori"
Rolando Ravello passa dietro la macchina da presa e Kasia Smutniak dedica il film a Pietro Taricone e alla figlia, Domenico Procacci produce il tutto, senza addentrarci troppo in altre vicende, la famiglia sta al centro del progetto e pone le fondamenta per un discorso più ampio che coinvolge razzismo, fratellanza, integrazione:
"Ma che ci stanno i fuochi d'artificio? No è il campo nomadi.. Che stanno a fa nà festa? No gli hanno dato foco" 
Temi importanti insomma mischiati a uno humor tipico da commedia all'italiana vecchio stampo, sagace e corrosivo, specie nelle battute di contorno, che servono a definire il quadro: 
"Come si chiama? Silvio.. Che nome da stronzo" o ancora:
"Mi raccomando Malù che tu sei il nostro centravanti... Tranquillo papi" 
Ma ce ne è anche per il Vaticano con le sue case date ai ricchi quando basterebbe un umile box:
"Tu mi hai chiesto cosa devo fare e io ti rispondo pregare e ti pare poco? Mi pare poco poco" 
Ma non tutto nel corso della narrazione è ben calibrato, ci sono momenti di stanca e inverosimiglianza, nonchè qualche eccesso, ma alla fine si rimane lontani da certi stereotipi, non c'è il rischio macchietta, il film nel suo insieme definisce così il suo scorrere, i suoi tempi e si lascia apprezzare, anche se non fotografa come vorrebbe "il paese"... e i difetti si annidano dietro l'angolo e si misurano appunto sull'equilibrio imposto ma non sempre raggiunto sui toni narrativi della tragicommedia, non facili da dosare, si capisce da un lato che non si voglia marcare la mano su uno o l'altro registro, ma che anche non c'è una precisa scelta di campo, o meglio ci sarebbe anche, che è quello della commedia alta e pregna di significato ma si finisce di mancare di spessore filmico oltre che a livello recitativo (Giallini che interpreta sempre lo stesso ruolo) in più di una circostanza, di contro le situazioni più leggere appaiono a conclamare questo dicotomia stemperando appena la tensione o rovinandola a seconda dei casi, con tanto di finale da questo punto di vista da interpretare... in quanto va bene anche se prevedibile, nel senso della disperazione che si vuole narrare ma si trasforma in altro... troppe forse le aspirazioni, per un tentativo riuscito a metà alla fine, ma comunque sempre meglio tentare, uscire di casa, vivere, aprirsi agli altri che aver paura... 

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