12 anni dopo "Scaramante" torna finalmente con un album di inediti Cristiano De Andrè, affidandosi alla produzione di Corrado Rustici e alla poesia di Oliviero Malaspina. Registrato a Berkeley, in California questo "Così in cielo come in guerra" rappresenta un più che discreto ritorno sulle scene per Cristiano, un lavoro maturo, ricco di temi importanti e ben affrontati e nel suo insieme coeso e coerente, che veleggia su buoni standard per tutta la sua durata, dal picco assoluto raggiunto da "Credici": dove su un mood da preghiera laica che cresce con l'intensità delle parole, il nostro innesta un testo carico di rabbia che non risparmia nessuno ma che finisce comunque con la voglia di sperare ancora: "al valore del nulla non crederci", il brano "La stanchezza": di soldi per pagarmi tu ne hai perchè io me ne vada da qui perchè io dimentichi tutto perchè tu possa fare il tuo gioco", dove è ancora più cupa e tesa l'atmosfera ne prosegue in qualche modo il discorso, al dialogo genitore/figli che caratterizza due tracce: la ballad poetica "Disegni nel vento": "ed il tempo è rimasto un bambino che vive in una goccia di sole" e "Sangue del mio sangue": "cambiano i disegni ma non cambieremo noi amore che per sempre resterai"... più rock specie nella parte strumentale con la chitarra elettrica in evidenza dove si sente la mano di Rustici, ancor più evidente in "Vivere": "con quali mani tu mi scalderai sciogliendomi il sale dal cuore col tuo fuoco di vivere" dall'incedere incisivo con ancora la chitarra elettrica sugli scudi e l'apertura alla melodia del ritornello. Il singolo "Non è una favola"non è male, arioso e ritmato "e indossa una bandiera che si è strappata ora che forse per qualcuno può sventolare ancora" e non dispiacciono neanche "Il mio esser buono": scarna e delicata , suggestiva... e "Il vento soffierà": versione italiana del celebre brano dei Noir Desir... "Ingenuo e romantico": è una ballad al pianoforte con la melodia nella strofa che assomiglia a "Chiedi chi erano i Beatles" degli Stadio "io non mi vergogno non c'è più retorica in queste parole" con tanto di citazione di Bataille sul finale "quella piccola morte" ma non convince del tutto, al contrario della splendida chiusura affidata a "La bambola della discarica": un parlato su piano e archi, sulla mercificazione del corpo. Insomma, ben tornato Cristiano.
Un viaggio folk, dal sapore d'Oltreoceano quello di Matteo Nativo in "Orione" ( RadiciMusic Records) , per seguire una stella, la più luminosa, per non perdersi e per tornare a casa. Perchè è bello il viaggio, ma è anche più dolce il ritorno. Matteo Nativo per la prima si cimenta con un album di inediti e ci arriva ad un'età indubbiamente matura e consapevole oltre che con ottimi compagni di avventura: Francesco Moneti (violino), Bob Mangione (armonica), Michele Mingrone (chitarra), Lele Fontana (piano e hammond), Elisa Barducci e Claudia Moretti (cori) e con l'apporto e la voce della cantautrice Silvia Conti. Perdersi. Dicevamo. Ed è da qui che il nostro inizia questo concept musicale, con " Che ora è" , raccontando la separazione dalla moglie, del senso di sconfitta e del caldo afoso che opprime, giusta condizione di sopraffazione: "Non so che ora è, che giorno è, di questa estate che...". E' raro fare uscire come singolo una cover, ma...

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