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Paulette di Jérôme Enrico



Ennesima commedia francese raffinata e di gran gusto che risulta persino credibile tanto ha il senso della misura e non sappiamo quante volte l'abbiamo già scritto ma un film del genere e soprattutto con una trama del genere, in Italia, non si sarebbe mai riuscito a farlo con tale finezza e maestria, senza tralasciare la profondità della storia che non manca momenti toccanti. Ma andiamo con ordine, un flashback iniziale ci racconta in rapida successione la storia di Paulette (Bernadette Lafont), ex pasticciera che ha visto la sua fortuna svanire, col tempo e la morte del marito l'11 settembre 2001 (cosa questa che da vita a due gag irresistibili, la prima per commemorarne la ricorrenza cerca di fare un dolce e un brindisi alla sua memoria, ma cambiando canale non c'è altro ovviamente che lo speciale della tragedia di New York e in seguito al cimitero, quando un passante nota come la sua ex moglie sia vicina di tomba del marito di lei guardando la data: " è morto nelle torri gemelle? e lei di rimando guardando la data nell'altra lapide,risponde stizzita: "e sua moglie è morta perchè le ha fatto un pesce d'aprile"?) ha di fatto sancito il suo rifiuto al mondo moderno e alla globalizzazione che la porta a toccare evidenti punte di razzismo, col nipote "scimmietta":"perchè non mi vuoi bene nonnina? perchè sei nero!" e col genero:"è da quando assumete dei negri per arrestare i trafficanti di droga?", inutile dire che i rapporti con la figlia sono ai minimi termini da quando appunto lei si è "fatta ingravidare da uno sbuccia banane", al punto come esplicitato dalla battuta precedente, che la nonnina non sa neanche che il suo genero faccia il poliziotto ed è palese dove andrà a parare la faccenda, con l'entrata in campo di "Nonna Spinello": "Signor Vito io voglio vendere la droga!" La vicenda da qui in poi scorre abbastanza velocemente e prevedibilmente, con le scene di Paulette che impara a confezionare al meglio le dosi, molto divertenti... non manca però da un punto di vista narrativo il sapere legare e integrare i sottotesti, a conferire spessore al film, ovvero vengono ben esplicitati i grandi temi generali come la crisi, la vecchia, la solitudine che si riversano nei rapporti con la famiglia, con le amiche che diverranno complici e con la religione, nella figura del padre che accetta i soldi in regalo e la assolve sempre, durante confessioni a dir poco spassose, perchè in fondo il fine giustifica i mezzi e "Alleluja" e in qualche modo la crisi bisogna affrontarla e certamente la chiesa ha bisogno di essere restaurata ed è giusto togliersi qualche sfizio, come comprare un grande televisore.La prevedibile ascesa di Paulette nella seconda parte, che riesce a sfruttare il suo talento "vero" e antico, per aumentare le vendite, viene arrestata... soltanto dai sensi di colpa, dalla persona nuova che è diventata grazie a questa sorta di catarsi rigeneratrice e... ci fermiamo qui ovviamente per non far troppi spoiler ma il film vale assolutamente la pena di esser visto al di là degli snodi abbastanza semplici e lineari e le evidenti analogie con "L'erba di Grace" di Nigel Cole. Tutto è improntato alla misura, alla classe, dalla regia alla fotografia, dalla scrittura alla prova attoriale e non c'è niente che ecceda, non era facile per niente, il rischio di scadere nel grottesco in certi casi era alto ed essere riusciti ad abbinare i toni da commedia, a un messaggio alto, a qualcosa di più profondo, è un merito di non poco conto. 
"Fallo e basta non è negoziabile-  Non è che? Csi NewYork"

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