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Intervista con Mimmo Locasciulli


                                             

Parole come spade, fendenti, poesie e storie e musica, come fiume. Chi ha il piacere di ascoltare Mimmo Locasciulli in concerto torna a casa con un bagaglio culturale più pesante, fatto di condivisione, di empatia, di una sorta di intima dimensione che solo un grande cantautore può creare. Ed avere la sensazione di avere vissuto quelle “strade piene” che il cantautore di Penne trapiantato a Roma (e juventino come ci ha detto lui tra un caffè e l'altro: “Tifo per la quarta squadra del Sud”) ha fatto scorrere sulle note del suo pianoforte a coda. Abbiamo incontrato Locasciulli ed abbiamo avuto l'onore di ripercorrere con lui la sua carriera, gli incontri, i progetti in cantiere di un grande musicista che, come lui stesso ha detto “... non mi rassegno e canto”...

                       
Partiamo dai progetti futuri. Dopo “Idra”, uscito quattro anni fa, cosa la attende?

“In realtà non ho mai un progetto. La mia vita è fatta di interessi e passioni, il mio lavoro da medico, la mia famiglia. Non ho contratti che mi fissano una scadenza. Ho il piano in casa ma lo suono solo quando devo fare un disco o un concerto. Poi mi capita di passargli accanto, mi seggo, sto 4, 5 ore ed inizio a registrare delle cose e prendo appunti e proprio in quelle ore faccio il disco. Butto giù 20, 30 canzoni e tengo quelle che mi piacciono. Quando passo al mastering inizio a mettere insieme delle parole e comincio a cantare frasi che mi vengono sul momento in base alle sensazioni che mi danno i brani e li registro insieme ad altri musicisti”.


Per lei fu decisivo l'incontro con Francesco De Gregori.

“Al Folk Studio ho incontrato gente importante e con De Gregori è nata una grande amicizia. Ad un certo punto della mia carriera avevo deciso di non fare più dischi, ma quando Francesco ascoltò “Piccola luce” ed altre canzoni mi disse di ritornare al Folk. Ma in verità fu Antonello Venditti il primo che mi accompagnò. C'è da dire che in quegli anni di fermento musicale, il Folk era il centro di tutto”.

Ha scritto molti brani anche a quattro mani. Poi l'incontro con il musicista Greg Cohen. Come è nata la vostra collaborazione?

“Incontrai Greg nell'86, '87 al Premio “Tenco”. Io e Enrico Ruggeri dovevamo interpretare “Foreign Affair” di Tom Waits. Ci fu subito intesa e stima reciproca così, quando ci rivedemmo in un concerto a Milano di Gary Numan gli chiesi se poteva registrare un brano con me. Lui accettò e adesso sono circa 26 anni che ci conosciamo e in ogni mio lavoro lui c'è”.


Recentemente invece, nei suoi dischi, come in “Sglobal”, abbiamo ascoltato le collaborazioni di Stefano Di Battista, di Marc Ribot, di Alex Britti, Paola Turci e Frankie H Nrg Mc ed ha prodotto anche degli artisti. Quelle che ne sono venute fuori sono perle come “Scuro”.

“Si, ho prodotto i lavori di Claudio Lolli e Goran Kuzminac e poi Greg Cohen mi ha fatto conoscere Ribot ed altri musicisti di Tom Waits con cui ho registrato “Tango dietro l'angolo” ed altri brani. Le collaborazioni nascono innanzitutto dall'amicizia e dalla stima reciproca, quando c'è sintonia”.

A Teatro ha portato in scena “Jack lo sventratore”, mentre al Cinema ha partecipato al film “La vita di Antonio H” grazie all'incontro con Alessandro Haber Ha avuto modo di conoscere tre mezzi di comunicazione. Qual è secondo lei quello più espressivo?

“Amo molto le arti figurative e a Parigi ho visitato due mostre, di cui una di “Street photographer” ma la musica è quella con cui riesco ad esprimermi al meglio e la canzona d'autore racconta bene la vita e le esperienze di un cantautore”.


Lei è anche medico... è difficile, immaginiamo, coincidere le due professioni. Cosa hanno in comune il chirurgo ed il pianista...

“Questa è la vita che mi sono scelto di vivere, ho deciso di fare il medico, di lavorare in ospedale, ma anche di fare il cantautore. Beh, il chirurgo ed il pianista hanno in comune solo le mani (ride, n. d. r.)... con le stesse mani con cui opero i miei pazienti, suono il pianoforte...

De Gregori ha “benedetto” recentemente Vasco Brondi. Ma lei come vede la nuova scena cantautorale?

“Sono molto critico a tal proposito. Il cantautore inteso come chi si canta e si scrive i brani lo possono essere tutti. Bisogna scindere il cantautore dalla canzone d'autore. Per esempio Eros Ramazzotti scrive e compone le sue canzoni, ma non per questo è un cantautore; semmai fa un'altra cosa, porta in giro la sua musica in tutti i palchi del mondo e fa bene il suo mestiere. Ricevo decine di provini di gente che crede di essere cantautore ma che in realtà sono solo copie di Tenco, di De Andrè, di De Gregori e non mi piace nulla. I nuovi musicisti devono vedere altrove, la musica d'avanguardia. Non ne posso più di sentire la stessa musica brasiliana che negli ultimi anni ha preso il sopravvento, di sentire lo stesso be-pop nei locali. Per questo credo che oggi i nuovi cantautori sono rapper come Caparezza, Jovanotti, Frankie H Nrg Mc”.


Ma i cantautori, che fine hanno fatto?

“Credo che non sia questo il problema oggi. Non ci potrà mai essere più un Mozart 2, un De Andrè 2, piuttosto che un Mimmo Locasciulli 2... ed è giusto così proprio perchè, ripeto, i musicisti e i cantautori di oggi non possono essere copie di quanto è stato già fatto”.

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