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L'ultima ruota del carro di Giovanni Veronesi


Il film più ambizioso di Giovanni Veronesi, recitato magistralmente dal grande Elio Germano, “L’ultima ruota del carro” che ripercorre in maniera didascalica trent’anni e passa di storia italiana, “vista alla tv” con fare televisivo e con toni leggeri ma importanti che sfociano nel melodramma in maniera disordinata e inconcludente, è sostanzialmente non tanto un’occasione fallita, quanto un ritratto romanzato di una vita reale e assolutamente normale che forse parafrasando i titoli di coda non valeva farci un film.
Ma non è certo colpa dell' "Ernesto" che ha ispirato la vicenda se la sceneggiatura scritta a più mani condensa tutto il climax nella mezz’ora finale col modo di fare tra l’altro repentino che ha avuto per tutta la durata della narrazione.
E come negli avvenimenti storici che accompagnano i protagonisti, “le sterzate” al racconto, appaiono tardive e non riescono a coinvolgere più di tanto, perché manca principalmente l’affezione alla storia stessa, che si perde inevitabilmente, tra la solita e a questo punto insopportabile macchietta di Rubini, sempre nello stesso antipatico ruolo, con le stesse movenze e la stessa parlata e un Memphis che comunque si salva grazie alla sua simpatia innata, ma il suo personaggio è talmente stereotipato, come prevedibili sono i suoi interventi sulla scena… per non parlare della Raffaele, la Mastronardi è brava e aderente al personaggio, Haber fa il suo e “tratteggia” un buon ritratto comunque ergendosi a spalla di Memphis “diavolo” come “un angelo perduto” se non diavolo anch’esso, di Germano, che è francamente sprecato in questo calderone confuso e che sembra non sapere dove andare a parare.
 A livello di metatesto, il messaggio, la morale che lancia Veronesi si riduce alla storia di un italiano che “si arrangia” e che “resiste” nonostante le ingiustizie, la sfortuna o il destino… l’uomo qualunque e la sua straordinaria normalità.

Meno patinata per il resto, è la confezione in toto, a partire dalla fotografia di Fabio Cianchetti e il montaggio di Patrizio Marone, l’ambizione di superare i Manuali d’Amore è evidente, ma il difetto più grande per un film del genere al di là di tutto, rimane la mancanza di riuscire a coinvolgere lo spettatore fino in fondo, di farlo sbadigliare nei momenti che dovrebbero essere topici e questo è francamente imperdonabile. 

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