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La Mafia uccide solo d'estate di Pif (Pierfrancesco Diliberto)


"Ma quale mafia... era bravo, ma gli piacevano assai i fimmini” (riferito al giornalista Mario Francese ucciso dalla mafia il 26 gennaio del 1979)

Ho girato senza pagare il pizzo”. E' una frase semplice che in realtà racchiude tutto il significato ironico, drammatico, pungente, dolce, tragico, emblematico, che sta dietro a “La Mafia uccide solo d'estate”... parole pronunciate dal suo regista, Pif, alias Pierfrancesco Diliberto, che ha sfornato non, sia ben chiaro, l'ennesimo film di e sulla mafia, ma una fotografia della Palermo anni '70-'90, senza retoriche e senza clichè, di una mentalità diffusa nella culla di Cosa Nostra e che ne ha dato non poco adito, un punto di vista inedito ed ingenuo, quello di un bambino che guarda il mondo con stupore, gioia e paura e che spesso ingurgita quello che i genitori e l'ambiente circostante gli inculcano... i mafiosi visti non come eroi ma come dei beceri ignoranti molto, molto ridicoli, prova ne è, ad esempio Luca Bagarella che ritaglia le foto di Ivana Spagna (era vero!) o la scena dell'elettricista che spiega il funzionamento del telecomando a Toto Riina... “E così, Riina capì come funziona un telecomando – Booom”...
E' in questo scenario, il 6 dicembre del '69, proprio quando i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Luca Bagarella e compagni uccisero il mafioso Michele “cobra” Cavataio, che venne alla luce Arturo (Alex Bisconti, Pif) un bambino di una modesta famiglia palermitana, madre casalinga e padre impiegato di banca, che crede, come tanti in Città, che la mafia non esiste, sono “i fimmini” che ti succhiano il sangue. Arturo non parla, è la disperazione dei genitori. Ma un bel giorno, anziché dire “Mamma”, esclama: “Ma...fia”... aveva appena riconosciuto un prete/mafioso... Arturo cresce, va a scuola, si innamora perdutamente della compagnetta Flora (Ginevra Antona, Cristiana Capotondi). Un giorno, Arturo segue alla tv una trasmissione di Costanzo con Andreotti, in cui il Presidente del Consiglio di allora affermò pubblicamente come fece la corte a sua moglie: “La invitai al cimitero”. Il bambino ne coglie un consiglio e da lì in poi vede in Giulio Andreotti l'unico che lo possa capire ed inizia a divinizzarlo, collezionando poster, maschere di carnevale e... articoli. E' lì che matura l'idea di diventare un giornalista. Come già fatto da Paolo Sorrentino per “Il divo”, il nostro, "inevitabilmente" punta la mdp sulla figura alquanto controversa di Giulio Andreotti... le sue amicizie, i “baci”, i “corvi”... (ad un certo punto del film, cade simbolico il poster del Presidente). 
Così il ragazzo inizia a socializzare con la gente del Paese... ma non è gente comune. Confida il suo amore per Flora ad un vicino di casa della bambina, un “certo” Rocco Chinnici, accetta la prima iris con la ricotta da uno sconosciuto Boris Giuliano, si intrufola per chiedere al generale Dalla Chiesa: “Il Presidente Andreotti dice che la criminalità si combatte in Calabria ed in Campania. Lei generale, che ci fa a Palermo?”. Pif mostra tutto l'aspetto umano, non sempre colto a pieno in altri casi, che sta dietro ai magistrati che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia. Ma Arturo aprirà gli occhi quando il suo angelo custode, il giornalista Francesco (Claudio Gioè), gli mostra le cose sotto un altro aspetto e scopre realmente che la mafia non è una favola. Arturo cresce, prende sempre più coscienza della brutalità di Cosa Nostra e la vita lo porta ad incrociarsi di nuovo con Flora, diventata segretaria di Salvo Lima, che gli procura un lavoro come giornalista. Nella parte finale del film c'è tutta una presa di coscienza che sta alla base della lotta alla mafia. Il protagonista svela ad una “cieca” Flora di camminare con le sue gambe, di vedere il mondo con criticità che è poi quello che dovremmo fare tutti e lo fa quando i ragazzi lavorano sul discorso di Lima: “La DC è in prima fila contro la lotta alla mafia. - Flora, in terza fila, neanche in seconda”... 
Ma Arturo e Flora saranno i primi “portatori sani” di antimafia, quella cultura che le giovani generazioni, ben rappresentate nel finale, inneggiano oggi. La fotografia, insieme alla regia, ha fatto un ottimo lavoro, rappresentando al meglio le varie epoche percorse dal film a cui si frammezzano le tragiche scene dei morti ammazzati e dei funerali di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in maniera del tutto lineare con la storia cinematografica. Ma qui c'è da dire altro: Pif non coglie lo straziante e ripetuto appello della moglie di Vito Schifani, uomo di scorta, ma quello che è successo fuori dalla chiesa: i cittadini, i palermitani che per la prima volta si ribellano alla mafia e che accorrono per linciare chi, di questi delitti, ne è il primo responsabile. Molto buona anche la prova degli attori che non risultano mai “caratteristici”, mentre Pif mantiene l'espressione disincantata che lo ha reso noto al pubblico. Proprio qualche giorno fa, l'ex magistrato ed attuale Presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso dopo anni è tornato al cinema (non andava dall'89) assieme al regista. “E' il film sulla mafia più bello che abbia mai visto”, ha detto un commosso Grasso. Come dargli torto, in quella Palermo... c'era anche lui. “Pif è geniale a raccontare le false suggestioni usate spesso dalla mafia per denigrare le sue vittime”, parola di Roberto Saviano. L'ex iena uscita dal gruppo, il “Testimone” di Mtv... si è guadagnato più di un applauso, di rabbia e commozione, dalla platea. P. S.: il titolo del film è anche il titolo del libro scritto dal politico Angelino Alfano.


"La Sicilia ha bisogno dell'Europa, l'Europa ha bisogno della Sicilia" (lo ha ripetuto 10 volte Salvo Lima)

"Ai funerali preferisco i battesimi" (Giulio Andreotti sulla morte del generale Dalla Chiesa)

Quando sono diventato padre ho capito due cose: la prima che avrei dovuto difendere mio figlio dalla malvagità del mondo, la seconda che avrei dovuto insegnargli a distinguerla”


Papà, ma la mafia può uccidere anche noi? - Noooo, la mafia... uccide solo d'estate”

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