The Zen Circus - Canzoni contro la Natura



Anthem generazionali, sapori popolari, folk, punk, lo stile… di parole affilate, di chitarre che tagliano e cuciono con nonchalance sempre immerse in ritmiche vigorose, assolutamente un marchio di fabbrica e d’assoluta qualità: gli Zen Circus tornano sempre uguali ma ogni volta un po’ diversi, ad assestare un altro bel mattone sulla canzone d’autore di casa nostra, con questo “Canzoni contro la natura”, che chiude per così dire idealmente la trilogia, preceduto da “Andate tutti affanculo” e “Nati per subire”, con una disamina cruda e forte della realtà dei fatti, che “sembra” incontenstabile, chè è fottutamente sincera, ma anche matura, che va abbondantemente oltre lo sberleffo, il ghigno di chi dice, a me in fondo non frega niente… La disillusione, il disincanto, l’amarezza, la lucida ironia… passano a uno stadio successivo che può essere riassunto nel concetto che alla fine è proprio la normalità a essere fondamentalmente contro la natura, perché non esiste codifica oggettiva dei valori assoluti, al cospetto della natura che è alquanto misteriosa e minacciosa, mentre le nostre certezze spesso sono credenze comuni semplicemente, a cominciare dal concetto di uguaglianza che è il tema portante del singolo apri pista Viva”: Non a caso vengono citati “Gli altri siamo noi di Tozzi” e “L’antisociale di Guccini”e del resto canta "per differenza" Appino: “Io lo so che sono in crisi senza leggere i giornali sono in crisi da una vita anzi penso che sia la mia fortuna”, a rimarcare al massimo che siamo simili, un brano in pieno stile Zen, potente, evocativo, quasi tutto un ritornello che non smette di crescere d’intensità per liberarsi nella filastrocca punk finale: “evviva l’italia viva la fica, viva il duce, evviva la vita, viva il re, viva gli sposi, viva la mamma, evviva i tifosi, viva la pappa col pomodoro,evviva la pace, viva il lavoro, viva la patria e la costituzione viva la guerra tanto vivi si muore” e trova echi analizzando proprio le diversità anche nel secondo singolo estratto, “Postumia”: “che io lavoro giusto per tenermi in vita, cosa me ne frega dell’europa unita, del 7 e quaranta, dell’indifferenziata, alzate l’imu cosa me ne frega tanto io non avrò mai una casa” folk pop ballad, immediata e trascinante con tanto di citazione della celeberrima hit di Ligabue: “che certe notti qui si fa un po’ di chiagnara cantava quello che da Mario non ci lavorava”, “e i trentenni vestono come i ventenni e i ventenni spacciano a i trentanni e le trentenni scopano con diciottenni e i quarantenni sognano le quindicenni e i baristi litigano con i rumeni.. Hei tu vieni a vedere che bello che è! Nonno questo è il paese che hai fatto tu” e ce lo ricorda Ungaretti, nella titletrack: ogni uomo è fatto in un modo diverso... dico nella sua struttura fisica è fatto in un modo diverso, fatto anche in un modo diverso nella sua combinazione spirituale, no... quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo sino dal primo momento... sino dal primo momento: l'atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura": “Canzone contro la natura” è scarna e solenne nella strofa, col basso in evidenza, per affidarsi a un riff prettamente punk rock nel ritornello e ad una melodia non banale: “vedi che l’universo è come te: ordine senza potere” e ancora in “Dalì”: la vita è un’avventura ma non esiste cura, di esser normale tu non aver premura” marziale e nostalgica, dal piglio western, a tratti spagnoleggiante, con i soli di chitarra a punteggiare… perché in fondo non può esistere una normalità, un bene, riconosciuto oggettivamente. Questo discorso viene esplicitato in un brano immenso: “Albero di tiglio”, cosa vuoi aggiungere di più? Ogni discorso su Dio, la sua esistenza e l’umano rapporto, sono destinati a perdere di vigore per forza di cose, è un serrare le fila definitivo… la canzone è da pelle d’oca, toccante, suggestiva ed evocativa, con un concitato finale strumentale letteralmente da brividi, degno compimento di uno dei testi più intensi, uno dei vertici dell’intera produzione Zen:”lo so bene io sono quello che chiamate dio davvero avete creduto che potevo esservi amico, nessuno con questo potere vorrebbe mai fare del bene e poi il bene è un’idea vostra frutto solo della vostra ignoranza una bugia grande e antica detta per complicarvi la vita”. 
Sono storie popolari, fra virgolette normali, quelle della confusione espressa di fronte alle scelte scomode e contro tendenza da affrontare nella vita del "ragazzo eroe" di “Vai vai vai”: “vai verso lidi sconosciuti, là nessuno è andato mai, vai come fanno gli animali a 4 zampe o con le ali, e tutti i sogni della vita presto tu realizzerai ma poi non ci restare male se dico dove cazzo vai”sberleffo, dall’incedere incalzante, con la chitarra a inframmezzare e di “No way”:”non so dove andrò, una strada è tutto quello che non ho” un brano pop/rock a tutti gli effetti con tanto di coretti tra batti e ribatti… immerso nel sound pastoso delle chitarre e dalla ritmica incisiva, il tutto, ad ampio respiro melodico che fa da perfetto contraltare al testo e non poteva mancare la benedizione di Canali: “Giorgio come era questa? Fa cagare come tutto il resto del disco”. E poi c’è la memoria, musicale e non, ricca di saggezza popolare a restituire lapidarie conclusioni da “L’anarchico e il generale”: quasi un omaggio a Il Pescatore di De Andrè, arrembante e appunto “popolare”, “stette in quella cella così tanti anni, che una volta uscito, il figlio aveva figli” passando per “Mi son ritrovato vivo”: folk ballad, impreziosita dal violino di Chiara Cavalli  e che prosegue in qualche modo il discorso della traccia precedente “tutti vogliono insegnare compreso il sottoscritto ma tu ricorda che nessuno regala niente nemmeno l’onnipotente ma in fondo va bene così” e la conclusiva e splendida “Sestri Levante”: un mood anni 60, che riecheggia nei risvolti melodici e anche nella voce, certi brani di quel tempo cantati da Shel Shapiro, Mal… per intenderci: “la natura ha leggi marziali lo spriz campari invece no, tu brucia questo ciocco un altro sorso e la finiamo qui e così ci ritroviamo io e te e così da dove tutto partì è così che te ne andrai”. 

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