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La Bella e la Bestia di Christophe Gans


"Parlate come un uomo qualsiasi, mi deludete"

Il cinismo con cui spesso si accoglie alcuni film, certe volte aiuta. Aiuta più che altro a maturare lo stupore nell'osservatore, nei confronti di qualcosa che non ci si aspetta. “La Bella e la Bestia” del regista francese Christophe Gans, ha affrontato una favola che, come tutte le fiabe, ha più di una versione. Pare che derivi dalle storie della Grecia antica, a metà strada tra “Amore e Psiche” e “L'Asino d'oro” di Apuleio, poi c'è la versione più popolare di Beaumont e quella che pare sia l'originale edita da Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve in “La jeune américaine, et les contes marins” nel 1740, senza dimenticare Straparola nel 1550. Gans sembra attingere da più fonti ma senza creare confusioni e lo fa con una portata scenica interessante sotto diversi punti di vista. Siamo in Francia, periodo pressoché barocco. Un mercante (Andrè Dussollier) dopo aver perso veliero e fortuna si ritrova a lasciare la sua ricca dimora e ad “abdicare” con la sua numerosa famiglia in una topaia. Lui ha 6 figli, tre maschi e tre femmine: due bravi ragazzi, una testa calda, due quasi stagionatelle che non riescono a trovare marito (molto simili alle sorellastre di Cenerentola) e la piccola, testarda Belle, interpretata da una deliziosa ed innocente Léa Seydoux. Quando un giorno il padre si mette alla ricerca del figlio che ha debiti con dei poco di buono, si perde tra le intemperie di neve e viene catapultato davanti un castello oscuro e magico che presto si rivelerà nascondere paurose presenze. Un essere mezzo uomo e mezza bestia, ovvero Vincent Cassel, gli intima di “avere” la sua figlia più piccola, simbolo di purezza ed ingenuità, altrimenti sterminerà tutta la sua famiglia. Portata la notizia a casa, Belle decide di lasciare l'amato padre e di essere “serva” della Bestia. Nel film la profezia non è come la conosciamo di disneyana memoria. La Bestia in realtà era un principe, questo si, che si era innamorato di una ninfa dei boschi, a sua completa insaputa. Per non divenire uno spoyler diciamo solo che alla morte della donna, una condanna divina penderà sulla testa del principe: una donna lo dovrà amare in tutta la sua bruttezza. Probabilmente adulti e bambini (è un film per tutti) sono rimasti delusi da non vedere il simpatico Lumiere e le tazze danzerine, ma si sono consolati con i beagle e le spaventose pietre giganti e sicuramente con una scenografia affidata a Thierry Flamand e con i notevoli effetti speciali di Till Hertrich e Monty Ploch che giocano sul chiaro/oscuro come paura/coraggio, realtà/sogno. Ed ecco che il castello e la gran parte delle scene rimandano ad “Alice in Wonderland” di Tim Burton, molto tetre; poi nei sogni di Belle d'improvviso le immagini cambiano e diventano vivide. Non passano inosservati neanche i costumi realizzati da Pierre-Yves Gayraud, tipicamente barocchi. Il finale fa un pò sorridere perchè... lo scoprirete guardando il film...

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