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Alabama Monroe di Felix Van Groeningen


 - “Mi dica che cosa vale per lei?”
  - “Quello che mi ha appassionato è l'America. Si suol serio, l'America, non è il posto più bello del mondo? Da qualunque parte arrivi, tu puoi ricominciare da capo, è un paese per sognatori”

  - “Nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza ed in povertà...”
  - “...finchè morte non ci separi”

“Davvero, devi provare a spiegare ad una bambina perchè non si muove più quell'uccellino che ha in mano, è difficile sai. Vorresti raccontare che gli uomini si sono inventati di tutto per vivere al meglio la cosa, che alcune persone credono che un uccellino abbia un anima immortale, che perfino possa andare, persino in paradiso, che rivedrà il suo papà e la sua mamma, che continuerà a volare in eterno, in eterno, in eterno, in un posto dove splende sempre il sole e non ci sono le finestre e che alcuni credono che quell'uccellino sia un martire nella lotta contro le finestre e che dopo la sua morte avrà decine di graziose uccelline che non si sono mai accoppiate, con le quali potrà fare quello che vuole. Ma che papà non crede a queste cose, che papà pensa che che tutto muore semplicemente e rimane morto, tutto questo non lo puoi dire”



“Alabama Monroe” di Felix Van Groeningen (titolo originale “The Broken Circle Breakdown”) è l'esempio più lampante di come il Cinema non segua regole ben precise. In realtà non siamo in America, ma in Belgio. E' qui che – tra culture e popoli diversi per tradizioni e lingua – la storia prende vita intorno ai primi del 2000. Ma è vero anche il contrario: l'America è molto vicina e l'odore del country della sua Alabama impernia questo film fino alle viscere, grazie ad una colonna sonora da brivido, realizzata dalla Broken Circle Breakdown Bluegrass Band, un gruppo che fa appunto bluegrass e che attualmente è in cima a molte classifiche grazie a ballate struggenti come “Wayfaring Stranger” o a brani tipici quali “Country in my genes” o “Cowboy Man”. Attingendo alla tradizione indie USA, ma per altri aspetti molto vicino a certe pellicole scandinave, il film – di cui in italiano è stato aggiunto al titolo il banale “una storia d'amore” – recitato interamente in fiammingo, è molto di più di una storia d'amore, è proprio il contrario di ciò che si può identificare come tale. Ben inteso, d'amore si tratta, e di un amore assoluto. Ma anche l'amore più forte, spesso, non riesce a sopravvivere al dolore più drammatico. I lieti fine che esistono nella commedia d'oltre oceano non sempre esistono. E come ci vuole fare intendere Van Groeningen, la realtà può essere ben più crudele di un film. In questo sfondo, si inseriscono le vite di Didier (Johan Heldenbergh) ed Elise (Veerle Baetens). Lui canta in un gruppo country e suona anche il banjo (“perchè il banjo ha un non so che di punk”), lei è una tatuatrice. Dal loro grande amore, un amore improvviso ma completo, nascerà Maybelle (interpretata da Nell Cattrysse), la loro unica figlia, che guarda caso prende il nome da Maybelle Carter, una delle più influenti musiciste country. Insieme vivono tra i campi di uno dei paesi europei paesaggisticamente più belli, in un vecchio casolare che Didier ha rimesso a nuovo per la sua famiglia. Tra un concerto ed una festa, il loro rapporto si scontrerà (soprattutto sul piano spirituale) con una triste verità: la loro figlia si ammala di leucemia e le loro vite cambieranno irrimediabilmente per colpa di questo tragico evento. 
Da lì in poi ci viene mostrato come per sopravvivere si debba ricercare una forza non propria e lo si fa reinventando i due protagonisti, che nella seconda metà del film prenderanno nuovi nomi. Lui diventerà Monroe, come Bill il padre della musica bluegrass “il country nella forma pura”; lei invece cambierà nome in Alabama, uno degli stati americani patria del country. Il tutto è narrato con continui flashback ben congeniali e interscambi continui tra passato e presente. Il regista dosa bene metafore e scene piene di simbolismi come quella del merlo morto, con la figlia che non vuole buttarlo e piange, come presa di coscienza della morte e di reincarnazione, l'aggrapparsi ad un Dio. Così come un'immagine iniziale mostra l'attentato alle torri gemelle dell'11 settembre 2001: l'amata America di Didier non è altro che il vetro in cui può specchiarsi, l'American dream, che qui spesso viene scimmiottato e preso per i fondelli. Ma vengono affrontati anche i temi attuali della sperimentazione delle cellule staminali, dell'eutanasia, il contrasto ai dogmi pro-life, la spiritualità. Tutto ciò porta in un'unica direzione: un finale molto visionario e... gli Oscar. Paradossalmente. Il film infatti, ha ricevuto una nomination come Miglior Film Straniero, premio vinto poi, come sappiamo bene, da Paolo Sorrentino e dalla sua “Grande Bellezza”. Qui siamo di fronte ad una bellezza diversa, ma pur sempre totalizzante.

“Concordiamo su un punto, piangere lo si fa a casa, qui si resta positivi, chiaro?”

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