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Solo gli Amanti Sopravvivono di Jim Jarmusch


Adam (Tom Hiddleston) e Eve (Tilda Swinton) sono coniugi, vivono il primo a Detroit, dove si dedica nella propria abitazione all'attività di musicista lontano dalle luci dei riflettori, e la seconda a Tangeri. Adam e Eve sono vampiri, hanno svariati secoli di età e hanno imparato a mantenere un basso profilo, procurandosi il sangue di cui hanno bisogno per nutrirsi senza fare vittime, ma affidandosi alla collaborazione di medici corrotti. I due hanno una cultura straordinaria, hanno attraversato la storia dell'umanità e hanno vissuto alcuni dei suoi momenti più clamorosi, venendo anche a contatto con alcune delle figure chiave dell'arte e della scienza e, spesso, influenzandone l'operato.

Tutta la cultura e la bellezza, però, non possono cancellare quella tremenda sensazione di decadenza che pervade il mondo e che lo condanna al disfacimento e, quando i due si ritroveranno dopo anni dall'ultimo incontro, la condivisione delle emozioni potrà solo essere un conforto troppo lieve.

Il vampirismo come sete di bellezza, come dipendenza da una bellezza artistica sempre sfuggente, come amore dell'arte, della cultura, della natura e della scienza. Il vampirismo come dipendenza dall'amore per una vita da esteti.

Ancora una volta pronto a regalarci una storia filtrata attraverso il suo sguardo sempre originale e poetico, Jarmusch ci porta questa storia così intrisa di un estetismo bohémien e languido da intrappolarci come una viscosa melassa carica di bellezza visiva e musicale, ma senza dimenticare di includere anche una discreta dose di sana (auto)ironia e sapido (auto)citazionismo.

In una messa in scena totalmente notturna e cupa, ci aggiriamo insieme ai personaggi misteriosi, magnetici e carichi di un fascino ultraterreno, in un dedalo di ambienti interni ed esterni che non lasciano quasi mai via libera ad uno sguardo che vada verso l'orizzonte, intrappolandolo sempre tra angoli, pareti e stanze baroccamente straripanti di libri e strumenti musicali; quasi a sancire la soffocante impossibilità di correre verso la vita e di nutrirsi di altro che non siano le gioie dell'arte, quasi a condannarci definitivamente alla prigionia dorata nella "torre eburnea" dell'intellettuale.

Un gioco di sottotesti e metatesti di gusto e intelligenza raffinata (come, d'altra parte, ci saremmo aspettati da Jarmusch) che tradiscono la predilezione dell'autore per la cultura del Vecchio Continente e faranno la gioia degli spettatori dal palato fine.

Musiche di altissimo livello.

Raccomandato agli amanti del cinema d'autore

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