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Pierpaolo Capovilla - Obtorto Collo



Romanticismo decadente, storie di migranti, teatralità, poesia, sperimentalismi... "Obtorto Collo" è l'esordio solista di Pierpaolo Capovilla, ricco di spigoli e suggestioni, un lavoro niente affatto semplice, giocato sulla sottrazione degli elementi musicali a favore di sfumature conturbanti, notturne e affascinanti per lunghi tratti, senza concessioni melodiche e con pochi appigli ritmici. 
 Se per quanto riguarda la parte testuale non siamo così distanti dai temi trattati da Pierpaolo col Teatro degli Orrori, sul versante musicale (Paki Zennaro è l'autore) siamo lontani anni luce dal muro di suono della band e qui sono i contorni a fare la differenza, ad ergersi e a far risaltare le storie del nostro tra echi di Waits, Brel, Walker, Cave. Una maggiore varietà di toni e cambi d'atmosfera avrebbe donato forse una certa scorrevolezza al corpus  ma gli intenti sono chiari e la coesione interna finisce col beneficiarne anche se è inevitabile che "il viaggio" può risultare ostico ma alla resa dei conti è anche il pregio di un'opera, di un artista che tira dritto per la sua strada e soprattutto senza scimmiottare se stesso. A cominciare da "Invitami": sorta di reading cupo con la tromba in evidenza: "io vorrei dirti cose che non dico mai ma che vorrei tanto dire sperare ogni giorno" e a proseguire con "Il cielo blu": tutta incentrata sulla ripetizione, dall'incedere incalzante, con minime varianti melodiche: "il cielo blu il mare dei tuoi occhi dove l'amore come un naufrago si è perso tempo fa e non ritorna più". "Dove vai" è il primo singolo estratto non a caso con un mood retrò specie nella sezione ritmica: "dove vai cosa fai con chi esci con chi ti confidi e quando ti confidi che cosa pensi che cosa senti che cosa provi?" Segue "Come ti vorrei":col sax a "lamentare" la mancanza: "mi basta il tuo sorriso per stare bene e in quel sorriso c'è tutta la bellezza del mondo e anche di più". A questo punto, arriva una sorta di trilogia, composta da "irene":  "guardami negli occhi e non fingere mai" ovvero non cercare di sembrare "uguale a tutti gli altri" ballad sul tema dell'uguaglianza, trattato in modo mirabile da Pierpaolo: "mi chiamo Irene e vado a scuola e sono molto brava anche se vivo in una roulette che differenza fa?" "Quando": "un uomo è come te sta bene in galera" minimal e oscura per una storia di violenza domestica e "Bucarest": struggente e poetica "ma è la tua indifferenza quella che temo di più è una tempesta di neve per le vie della città che se ne frega di te di me delle stelle nel cielo". "Ottantadue ore": è un sinistro requiem che racconta le ingiustizie subite da Francesco Mastrogiacomo, un maestro 58enne messo dentro e morto dopo 82 ore di maltrattamento in un ospedale psichiatrico: "Francesco non aveva niente di male ma è morto lo stesso ma in che paese viviamo dimmelo tu ti ho visto in tv Francesco legato a un letto per ottantadue ore". La titletrack "Obtortocollo": "non sono più me stesso non sono più me" teatrale, sospesa tra rumorismi e note di pianoforte dissonanti, "La luce delle stelle": "ognuno per se tutti contro tutti" dove torna la sezione ritmica, coi fiati a ricreare la giungla urbana, l'ambientazione è Torino: "a volte le notti ai Murazzi non finiscono mai eppure è come se non avessi mai vissuto non avessi mai cantato non avessi dedicato a te neanche una canzone". Chiude l'album l'intensa  "Arrivederci": " amico mio oppure addio anche se piove e fa freddo e senza musica vorrei cantare con te una canzone per noi accetto tutto anche la tua assenza che mi importa".

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