Fabi, Silvestri, Gazzè - Il Padrone della Festa



Fabi, Silvestri, Gazzè per "Il Padrone della festa" che altro non è che "il sasso dove sta appoggiato il nostro culo", ci mettono il pepe... e la speranza, sempre con garbo e ironia e tanta intelligenza, che non sta semplicemente nel fatto di saper scrivere canzoni e avere qualcosa di valido da dire, ma nel "come", nel modo di porsi e farsi realmente ascoltare, senza sovrastrutture inutili e senza giocare a fare i primi della classe. "Il Padrone della festa" risulta essenziale e prezioso nelle scelte stilistiche sempre molto variegate di musica, testi e arrangiamenti, che si dipanano per sottrazione, che tendono a far risaltare il particolare. Un album coeso, pur nelle sue diverse sfaccettature, che sono a ben vedere facce della stessa medaglia e che fotografano nelle storie narrate, sostanzialmente "l'attesa" di un passaggio, una svolta, una fuga, per andare oltre i propri stessi limiti, non solo quelli della società in cui viviamo... per uscire fuori dall'immobilità, dalla rassegnazione. Tra argute metafore e melodie ineccepibili "Il Padrone della festa" è un grande album che ha il dono di crescere ascolto dopo ascolto, ma visti i protagonisti, aspettarsi di meno, era francamente poco probabile: 
"Alzo le mani": andamento zompettante, mood jazzy, dall'arrangiamento scarno, "sui suoni che fanno la vita" dove si prende coscienza quasi di: "io non suonerò mai così, posso giocare, intrattenere far tornare il buon umore o lacrimare ma non suonerò mai così "
"Life is sweet": "da qui passerano tutti fino a quando c'è qualcuno perchè l'ultimo che passa vale come il primo" il brano che ha anticipato l'album, dall'incedere incalzante sul procedere nella vita nonostante le difficoltà "e non basteva già questa miseria alzarsi e non avere prospettiva e le punture quando viene sera e la paura che ci tempesta"
"L'amore non esiste": secondo singolo estratto, con un testo di rara intensità e intelligenza, con un ottimo arrangiamento che mette in risalto le sfumature melodiche, un  vero e proprio gioiello:  "è un assetto societario in conflitto d'interesse, l'amore non esiste, ma esistiamo io e te e la nostra ribellione alla statistica un abbraccio per proteggerci dal vento, l'illusione di competere col tempo"
"Canzone di Anna": malinconica ed evocativa, persino cinematografica, dal nobile piglio cantautorale, con una deliziosa coda strumentale a sublimare la figura di questa donna che i nostri sembrano guardare da dentro: "Anna ha bisogno di essere amata per quello che ancora non è"
"Arsenico": funerea e popolare, coi fiati in evidenza in un'atmosfera raggelata, "sai fossi il dio del tempo, io lo inchioderei proprio nel momento in cui tu vestita di tempesta non ti ho vista più"
"Spigolo tondo": chitarre latine per questa filastrocca ricca di metafore ben assestate, varia nei toni e affascinante nel suo dipanarsi armonico: "io che volavo io che volevo conquistare il mondo della mia vita precedente nemmeno mi rammento"
"Come mi pare": "chi vuol capire prima deve imparare a domandare" ritmica accattivante dal retrogusto anni '80, per un testo ancora una volta intelligente, ironico e pungente, dal sicuro impatto melodico, potrebbe tranquillamente essere il prossimo singolo: "sono libero ed incosciente quindi posso serenamente fare come mi pare"
"Giovanni sulla terra": folk ballad  anni '70, ad ampio respiro melodico, suggestiva ed evocativa con le chitarre elettriche a conferire solennità nelle parti strumentali, a celebrare "una via diversa alla modernità": "la cima appare sempre un pò più in su e il sole brucia chi sta fermo... di più"
"Il Dio delle piccole cose": "io credo che questo è l'inferno in paradiso" scarna ed essenziale, cantautorale, intima, una gemma preziosa :"io spero che esista anche un Dio delle piccole cose che sappia i silenzi mai diventate parole"
"L'avversario": col basso in primo piano e la chitarra elettrica a inframmezare, per una virata funky sostenuta dai fiati (crediamo) sull'egocentrismo dell'artista: "ahahah tu giochi da solo io canto in un coro"
"Zona Cesarini": per chitarra e voce, un brano ironico e giocosamente "rassegnato" ai propri difetti: "ma è perchè sei tu che mi perdono e niente di più"
"Il padrone della festa": la titletrack, che chiude ottimamente l'album, è poetica, sociale, politica... per forza di cose come sospesa, tutti "ammanettati alla stessa bomba", nell'attesa della "svolta":  "e il tetto delle nostre aspettative è così basso che si potrebbe anche toccare, la vita media di una prospettiva è una campagna elettorale, ambiente non è solo un'atmosfera una rogna nella mano di chi resta e il sasso dove poggia il nostro culo è il padrone della festa" 

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