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Il Giovane Favoloso di Mario Martone


È da filosofo non amare la vita e non temere la morte più del giusto.

L'unico divertimento qui è lo studio. E l'unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia.


"Il giovane favoloso" di Mario Martone è un bellissimo film... per le scuole... per gli alunni che hanno appena studiato Leopardi, per avvicinarli ancor più al grande poeta, per gli insegnanti stessi, peccato che la sala cinematografica sia un'altra cosa e gli spettatori non siano solamente alunni e insegnanti. Perché, in due ore e passa di visione, di cinema vero e proprio, ci sono pochissime tracce, che si perdono facilmente in una sorta di bignami reso visivamente come quadri, capitoli se vogliamo, immobili e sterili nel loro fluire filmico, dove si riesce a seguire la storia solo perché ne si conosce "la storia". Totale assenza di ritmo, buchi di sceneggiatura che fanno il resto, non basta di certo l'interpretazione di Elio Germano, che non ha deluso di certo le aspettative, riconfermandosi ancora una volta; ma ad esempio "N Napoleone", con tutti i suoi difetti, si faceva quanto meno seguire, eccome. Qui, nelle tre fasi dell'esistenza leopardiana,  sin dalle prime battute, si intuisce come Martone abbia puntato tutto su una rappresentazione visivo/teatrale, un palcoscenico scevro di orpelli, intensi per carità, ma senza sviluppo narrativo. Così intento, rapito, a cercar di cogliere la poesia "nella poesia", il mondo interiore irto di debolezze, di paure, di quel “pessimismo cosmico” che caratterizzava il poeta e che lo metteva in cattiva luce tra i vecchi letterati del suo tempo, che pare quasi Martone abbia soprasseduto a un qualunque sviluppo narrativo, propriamente filmico: il rapporto burrascoso che Leopardi aveva con il padre e la madre ad esempio, è esplicitato in rari dialoghi e qualche sguardo "oltre la siepe", è inutile rimarcare a tal proposito l'importanza dell'infanzia del poeta "per la sua stessa poetica", che Martone non rende affatto, che si riduce a pochi tratti, niente affatto incisivi altresì. per non parlare il Leopardi "rivoluzionario", debole come la sua salute e il suo cambiare città, non commuove e non appassiona veder la sua gobba umiliata nei bordelli a dirla tutta per concludere. . .nella terza parte del film, che è quella più interessante comunque, in quanto si assiste quanto meno a un tentativo di "cinema", dove si accentua il vagar del poeta accanto al suo fido Ranieri (Michele Riondino), con pochi soldi e riconoscimenti che tardano a venire. Qui Martone gioca con questo contrasto: più Leopardi si ammala, si piega, si avvilisce, più la scenografia prende colore: nel “periodo napoletano” infatti emerge il contatto benché didascalico con la natura che è sempre stata passione e morte per Leopardi. Nel mentre  c'è tutto un Leopardi giovane e “giocoso”, ironico, che vuole fuggire e ci riesce, che rispetta i suoi colleghi (soprattutto il Giordani) che conosce l'amicizia, che è goloso di gelato, che prova brividi impensabili accanto alle donne (aveva una passione segreta per Fanni), che si cela dietro una finestra per ammirare la sua “Silvia rimembri ancor”. Quest'ultima peraltro, è una delle scene più d'impatto: Leopardi va a casa di Silvia ormai morta. Quando la giovane viene adagiata nella bara, lui vede i suoi occhi ancora aperti come se Silvia venisse seppellita viva. In realtà e a metafora era lui che si sentiva seppellito vivo nella sua immensa casa di Recanati. O ancora lieta è l'immagine iniziale dei bambini che giocano dietro la rinomata siepe (quei bambini sono i fratelli Leopardi) ed il contatto con la terra quando si distende vicino al fiume rispecchia la prima visione del Leopardi, quella dell'uomo che è felice solo se a contatto con la natura, l'unica capace di donare ilarità; ma quando la terra materializza la figura di una donna – nitidamente è la madre del poeta – allora la natura diventa funesta, meccanismo crudele e sofferenza degli essere, distruzione. Così era la visione del Leopardi negli ultimi anni della sua vita e che nel film raggiunge l'apice con l'eruzione del Vesuvio. Suggestioni, percezioni, di una tela dopo l'altra, cercando "la poesia", come è giusto che sia del resto, ma "il cinema" è un'altra cosa. Peccato.

Qui su l'arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null'altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti.

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