Riusciranno mai Enzo Moretto e soci a sbagliare un disco? La risposta a dire il vero, la conoscevamo anche prima di ascoltare "Butterfly Effect", perchè band dal talento, che si sanno continuamente rinnovare, come gli "A Toys Orchestra" in Italia, stanno sulle dita di una mano, ma è sempre un grande piacere, sapere che anche questa volta non c'è una virgola fuori posto, che la definizione più appropriata è pura classe, anche stavolta. Una coesione interna assoluta, per un prima parte più "solare" e un'altra più "notturna", con l'energia a far da denominatore comune. C'è la storia della musica, dei generi che trovano vita nuova in un contesto ogni volta diverso, c'è la melodia, padrona, avvincente letteralmente, al punto che forse "Butterfly Effect" può essere considerato il loro disco più pop, nel senso più nobile del termine, ci sono degli arrangiamenti irresistibili, capaci di trascinare l'ascoltatore nel climax ideale per assurgere in pieno alla fruizione dell'opera... d'arte, di questo si parla, con gli "A Toys Orchestra", come ogni volta, anche questa volta: L'inizio è affidato a "Made to grow old": godibilissima, dalla melodia complice e accattivante, con un groove contagioso; "Fall to restart": è una marcetta arrembante che ben si sposa con la melodia suggestiva e in minore del ritornello, una specie di commistione di suoni 60/80 che sfociano in "Always i'm wrong": dove le atmosfere sono decisamente new wawe dall'incedere trascinante, con le chitarre taglienti a rimarcare la melodia nostalgica delle tastiere. "My heroes are all dead": è sinuosa e avvolgente, e non smette di crescere d'intensità, sontuoso l'arrangiamento. "Mirrorball": ha chitarre funky e ritmiche in levare, è un brano ricco di colori che prende opportune derive rock nel ritornello. "Wake me up": è invece una solenne ballad, carica di pathos, dalla sezione ritmica trascinante che contrasta con le bravi parti col pianoforte portante, che sfocia in una coda finale a tinte psichedeliche, apre di fatto la seconda parte dell'album, che prosegue con "Come on, get out": una sorta di mantra/invocazione, potente, esplosivo. Si arriva a "Quiver": un vero e proprio gioiellino, con un uso intelligente e appropriato dell'elettronica, con un grande e variegato arrangiamento, è un brano evocativo, a tratti straniante, oscuro, eppur non può non trasmettere intimità e bellezza. Da "Mary": sfuriata hard rock blues, di sicuro impatto si passa a quello che a nostro parere è forse il vero e proprio apice dell'album: "Take my place": assolutamente geniale, che parte quasi trasformando la melodia di "Imagine" per proseguire in un continuo crescendo ad arte pop di matrice '80 per esplodere in una convulsa cavalcata, prima di riprendere la melodia. "All around the world": ballad al pianoforte, etera, sospesa, che a questo punto dell'album, spezza l'intensità e chiude il cerchio in maniera più che adeguata.
Un viaggio folk, dal sapore d'Oltreoceano quello di Matteo Nativo in "Orione" ( RadiciMusic Records) , per seguire una stella, la più luminosa, per non perdersi e per tornare a casa. Perchè è bello il viaggio, ma è anche più dolce il ritorno. Matteo Nativo per la prima si cimenta con un album di inediti e ci arriva ad un'età indubbiamente matura e consapevole oltre che con ottimi compagni di avventura: Francesco Moneti (violino), Bob Mangione (armonica), Michele Mingrone (chitarra), Lele Fontana (piano e hammond), Elisa Barducci e Claudia Moretti (cori) e con l'apporto e la voce della cantautrice Silvia Conti. Perdersi. Dicevamo. Ed è da qui che il nostro inizia questo concept musicale, con " Che ora è" , raccontando la separazione dalla moglie, del senso di sconfitta e del caldo afoso che opprime, giusta condizione di sopraffazione: "Non so che ora è, che giorno è, di questa estate che...". E' raro fare uscire come singolo una cover, ma...

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