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Têtes de Bois - Extra (per Léo Ferré)


Per i Têtes de Bois la figura artista di Léo Ferré deve essere stata davvero importante, molto. Già 12 anni fa, la band aveva pubblicato un disco sul musicista monegasco dal titolo “Ferrè l'amore e la rivolta”. Oggi invece arriva “Extra” che già di per sé è abbastanza chiaro: “le teste” hanno ancora materiale su Ferrè e intendono farlo ascoltare a tutti.... Léo Ferré è stato un artista la cui anarchia nei testi si divide tra la chanson e “les poètes maudits”, e pensieri da condividere con l'amico Fabrizio De Andrè. E qui le vie dei poeti maledetti si percorrono a piccoli intensi passi attraverso la genialità e la personalità di Ferrè che in realtà qui è incanalato dalla musica dei “nostri” che per l'occasione usano anche il pianoforte del loro mentore. E i Têtes de Bois negli anni ci hanno dimostrato che la poesia, il rock, il folk, il teatro, l'ironia dei testi schierati, possono convivere. Insomma, la poesia è rivoluzione anche nel 2014. E in “Extra” trovano spazio anche Vasco Brondi ed il compianto Francesco Di Giacomo. Importante per la realizzazione del disco sono stati anche Giuseppe Gennari che ha cercato di tradurre in chiave più moderna i versi di Ferrè, Rimbaud, Baudelaire e Verlaine, mentre Anna D'Elia ha tradotto in italiano l'inedito “Tango” la cui musica è stata creata appositamente dal gruppo di Andrea Satta.


“Tango”: chi pensava fosse un tango sbagliava, dal ritmo più ballad con un sound molto elettronico che meglio si sposa con la vocalità roca alla Vasco di Andrea Satta: “Quando crederanno di levarsi in piedi nella loro quotidiana virtù, con appena un po’ d’orrore nello scritto e nelle parole…”

“Il mare e la memoria”: “Sono un fantasma taci e vengo a te ogni sera, ti avvolgo nei miei baci e ti tengo prigioniera…”, le note del piano di Ferré si schiantano contro un muro di suoni elettronicamente cupi, si sposa bene, è malinconica e tetra e nella seconda parte questo sound viene fuori con un assolo di tromba affascinante, finale distorto in linguamadre.

“La maliziosa”: la “maline” di Rimbaud è un trait d’union con il brano precedente: “Mi accostava i piatti per mio agio e così poi certo per avere un bacio, sussurrò ho un brivido freddo sulla pelle, non si nota”… e da lì l’apertura della batteria e della tromba ancora timidi, come la voce, che non vogliono uscir fuori e si celano dietro una tela ad acquerello...

“Extra”:  su una base finemente pop, tra seduzioni e forti allusioni: “La tromba in un grande assolo, scava l’incanto della notte e lei che viene nel suo volo ad inebriare la mia sorte…”, la batteria accende il brano…

“Se te ne vai”: “Se te ne vai il mare bacerà la stessa riva ma la tua bocca tu aprirai a un altro ormai”… alla Capossela, un timido mambo struggente con assolo di fiati, di un amore sfiorito “La rosa del mio amore appassirai e un altro ruberà le tue carezze”…

“Ti rivedo ancora”: una poesia di Verlaine riadattata da Ferré è un altro quadro, un immagine ottocentesca, un sentimento fugace, un piano accennato: “Ma io ti perdono ed è proprio per questo che conservo per me con un certo orgoglio nel mio ricordo che ti accarezzò quel lampo inquieto lanciato dai tuoi occhi”…

“Pattinava”: il dolore che trapela da questi versi di Verlaine è angosciante e i Têtes de Bois sono molto bravi a rappresentarlo in musica semplicemente con un malinconico piano, una tromba ed una sezione ritmica jazzata nel finale. Un testo “scandalo” per l’epoca: “Pattinava mirabilmente, slanciandosi impetuosamente, atterrando graziosamente, frizzante come una ragazza, guizzante anguilla di razza, un volo di farfalla pazza”. Scritta da Verlaine al suo amante…

“L’eautontimorumenos”: la sezione ritmica rende più aggressivo questo testo di Baudelaire, più graffiante grazie alla chitarra elettrica, distorto perché è un “farsi del male” ma ci sta per spezzare l’intensità delle poesie maledette, in greco significa: “Punitore di me stesso”: “Ti colpirò senza scompormi, senza odio come il macellaio, come Mosè colpi una roccia e farò dalle tue ciglia per dissetare il mio deserto sgorgare l’acqua del dolore, il desiderio del mio cuore”…

“Tui non dici mai niente”: “Minatori che scavano nella loro apatia. Reggiseni per gatti e degli industriali che lavorano per gli operai della Fiat”: altro struggente pezzo scritto da Léo Ferré in stile Ferrè, un quadro più attuale dove un realismo pessimista fa mancare l’aria ma è questo lo scopo dei nostri: “Nel mio letto d'asfalto dentro a questa città. Sopra di me lo scorrere di ragazze e di spugne che trasudano il succo di questa folle età”. Ci si trova in un’altra dimensione che attutisce tutto quello che circonda, una solitudine pervade… qui c’è un ospite d’eccezione: Vasco Brondi che si confonde, vocalmente, con Satta.


“Felici come mai”: un leggiadro sound accompagna “E avremo uva di quella rubata dalle vigne vicine, avremo di sicuro nelle nostre case grigie i lampioni azzurri sparsi su nel cielo e saremo sai felici come mai”… una visione più fiduciosa e positiva rispetto al testo precedente, un amore dolce e poetico reinterpretato magistralmente.

“Il tuo stile”: le parole sono sempre di Ferré, il piano è live, la voce è dell’indimenticato Francesco Di Giacomo del Banco, un momento tratto dal concerto  all’Auditorium Parco della Musica del 9 giugno 2013, un ricordo che i Têtes de Bois hanno voluto fortemente in questo loro disco per celebrare l’artista, l’uomo, l’amico Di Giacomo che con la teatralità che lo ha sempre contraddistinto canta questo celebre brano: “il tuo stile, il tuo culo, il tuo culo, il tuo culo… è la mia legge a cui ti senti sottomessa, il tuo fuoco che accende ogni mia sigaretta, è l’amore in ginocchio che non vuol finire, il tuo stile, il tuo culo, il tuo culo, il tuo culo…”


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