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Riva - Le nostre vacanze sono finite


Tropici, anni '80, canzone d'autore e indie nostrano... si può cercare di riassumere con queste poche parole l'esordio dei napoletani "Riva", che con "Le nostre vacanze sono finite" mischiano ottimamente questi elementi, rilasciando una prova convincente, coadiuvati da Giuliano Dottori degli Amor Fou. Testi intelligenti, melodie dal sicuro appeal, perizia tecnica negli arrangiamenti mai banali e nella struttura dei brani in se, sorreggono il quadro esposto ed espongono palesi le opportunità dei "Riva" per il futuro, specie se usciranno maggiormente fuori da un canovaccio pop di fondo, che in ogni caso non dispiace affatto, osando in determinati frangenti, come fanno in "La pensione":  che arriva sul finire, come il brano che non ti aspetti e che dimostra le potenzialità della band, un funk liquido che si intreccia con improvvise e combattive aperture che sfociano in inserti strumentali incisivi: "Evitare di passare una vita a lavorare si può fare, sì, si può fare: basta trovare un metodo speciale anche a morale, molto amorale. lavorare solo un giorno per avere la pensione si può fare, sì, si può fare: lo slogan un po' superficiale e ti fai un giorno da parlamentare!" Assimilabile ma solo per quanto concerne la capacità di diversificare il corpus è "Il palinsesto della Rai": dal mood anni 80, piacevole se non addirittura ballabile, con un ottimo arrangiamento "E ho imparato già a memoria il palinsesto della RAI. Se non mi lavo per tre giorni ma poi chi lo saprà mai?  E arrivare dritto a te al tuo cuore in pochi passi e poi tornare a star bene davvero! ". Stesse atmosfere nostalgiche ha l'accattivante "Io e te": "valiamo meno del riso bianco al vapore però amiamo il liquore alle rose del cinese" della serie quando Franco Battiato scriveva per Giuni Russo: "amore andiamo al centro commerciale che c'è una fila lì da ora che c'è una fila di persone ad aspettare il nuovo cellulare" e "Un posto che non esiste": dove si cerca di far scontrare melodia e testo, risultato raggiunto, soprattutto nella parte finale ricca di cambi di tono: "dove dovremmo essere è un posto che non esiste è vuoto di noi" mentre l'iniziale "Le nostre vacanze sono finite": ha una melodia immediata e un ritmo da Caraibi che ben si sposano all'ironia del testo: "abbiamo solo trent'anni e di questi tempi non conviene fare figli". Sullo stesso filone, sono le ritmiche in levare di "Marzullo":  "Ma il romanzo lo scrivo davvero questa volta lo faccio sicuro con soli cent’euro si può pubblicare chiedo a mamma se me li può dare." E "Non ho l'età (Non più)": talmente orecchiabile che la si può cantare dopo mezzo ascolto e scanzonata, coi sui ritmi tropicali dal testo divertente: "Se davvero guardi, se davvero mi vuoi bene chiediamo asilo a una foresta all’equatore. Stando lontano dai partiti e le persone avremo tanto e ancor più tempo per l’amore". Più introspettive, opportunamente inserite in scaletta, sono "Stupidi e vecchi": che ha una coda ipnotica e suggestiva: "E’ già da un po’ che non faccio niente per te, né per me, né per noi; a me basta stare qua" ambiziosa, come una delle tracce più riuscite del lotto: "Normale": disillusa e intensa, forse il vero e proprio apice dell'album: "Lontani dal telegiornale, da quella scalata sociale che ci hanno insegnato a sognare " e "Viola": pianoforte portante per una ballad sospesa, scevra di orpelli per una storia di ordinaria violenza domestica che sfocia in una vera e propria strage "Guarda com’è bello il giorno qui Vaffanculo i soldi e i debiti! Viola, parla ancora!! Mentre muori mi punto alla tempia la vecchia pistola". Chiude in maniera breve ma eccelsa "La felicità non si può comprare":  sempre al pianoforte, dura e vera come un epitaffio: E se la felicità non si può comprare a cosa serve lavorare ? Se la felicità non la possiamo nemmeno pensare a cosa serve lavorare? 

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