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Paolo Saporiti - Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza



Se in “Paolo Saporiti” c'è un ritorno alle origini, in “Bisognava dirlo a tuo padre che a fare un figlio con uno schizofrenico avremmo creato tutta questa sofferenza” c'è un “mettersi a nudo”, un'operazione a cuore aperto che fa male ma è vitale per la sopravvivenza. Un album che si è psicoanalizzato da solo e che chiede solo di essere ascoltato con attenzione. E come sa meglio di noi Bowlby, nei testi del cantautore milanese si sviluppano i temi del distacco, dell'abbandono, del dolore, la perdita, quella di una madre, un amore profondo e viscerale. Ma che ha creato un uomo: Paolo Saporiti, con una voce straziante  e prodigiosa, che emoziona e parla ad ogni senso umano. E in primis partorisce questo ultimo disco, a poca distanza dal precedente, che è un concept album diviso in due anime, le due anime appartenenti allo stesso uomo, ma qui non c’entra Stevenson, perché è così l’uomo, si mostra forte, lotta, si aggrappa alla vita. Questo è il primo disco prodotto e arrangiato con Raffaele Abbate, che abbandona il minimal tornando in parte alle sonorità dei primi due dischi, affidandosi a dei musicisti di tutto rispetto: Roberto Zanisi, Luca Pissavini, Cristiano Calcagnile, Raffaele Kohler, Armando Corsi. Nel secondo cd invece, il nostro vira verso il psichedelico proponendo gli stessi brani, reinterpretati e riregistrati da Xabier Iriondo, collaboratore ormai difficilmente scindibile. La particolarità è che i brani non seguono più lordine antecedente, rispondendo invece alle leggi di un caos calmo, non facili da digerire. Ed è qui che dovrebbe esplodere la rabbia ed il dolore di un figlio senza madre, con un padre con cui è difficile comunicare, ed invece accade quello che non ci si aspetta: subentra una solitudine ed una rassegnazione che si cela dietro gli strepiti della quotidianità

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“A modo mio”: delicata come una carezza a un bambino, ad un bambino che è diventato uomo troppo in fretta ed ipnotico è il bouzouki che si insinua a creare un vortice di pensieri ossessivi “in un pomeriggio stanco”. E' qui che la voce di Saporiti, così intensa, pulita e graffiante come un ossimoro, si sfoga: “E soltanto a un Dio in un pomeriggio il pianto tu chiederai, e a modo mio vorrei essere al tuo fianco, a modo mio... a modo mio, a modo mio”... a farsi convincere... finale ad evocare la linea di una morte celebrare... il distacco...


“In costante naufragio”: rhodes ed arpeggi, un groviglio di spiriti che aleggiano, i ricordi di una “famiglia di sale”, i bisbigli di Saporiti come la favola letta da un padre che rimbocca le coperte, ma le parole inquietano un bambino che invece vuol sentire sempre le stesse fiabe per scacciare la paura, che qui invece viene infondata: “E nel silenzio piangerai quel presagio di una madre che nel fiume mi gettò, io non voglio abbandonare quell'amore disperato che non posso rispettare perchè un cane io non ho”... sound arabeggianti da “Le mille e una notte”, l'abbandono diventa una nave, l'unica per salpare...

“Figlio di madre incompleta”: “Sono figlio di madre incompleta e il disagio comincia da lì, m'accompagna e da sempre mi inquieta, se ogni tanto mi trovi così non temere: è il terrore di amare che mi tiene lontano, lontano da te...” pochi cenni a farci capire che gli strumenti devono essere sporchi, distorti, confusi. Elegantemente jazzato il contrabbasso, angoscianti le elettriche come il pianto di un figlio quando vede la madre allontanarsi, terrorizzata la tromba che urla come un quadro di Munch. E' un’escalation la condizione umana che passa dall'abbandono al dolore...


“Io non resisto”: arpeggio sinistro, una ballata deandreana d’amore di un figlio ad una madre, dove i fiati stanno lì a scandire una marcia funebre, una ninna nanna al contrario, semplice e malinconica: “E se fosse un domani nel tempo migliore, vivrei qui con te, affianco a me”.

“Per l’amore di una madre”: Saporiti sforna un altro gioiello, melodico e psico-pop, dove psico sta per psicologico e non per psichedelico, concedeteci una licenza da coniare per Saporiti… la batteria colora ed è un controsenso mentre la chitarra avvolge e la voce sconvolge: “Dove il sangue non è sangue e dove il vino non è meno di una tanica di bile e ipocrisia e quel silenzio di una lama che mi squarcia qui alla gola e che mi toglie la pistola… è quell’amore di una madre che ti lascia per amare qualcun altro che non sai nemmeno tu”…

“Hotel Supramonte”: in pochi possono permettersi di reinterpretare Fabrizio De Andrè, anche musicalmente, con la chitarra baritona molto folk senza alterarne la poesia. Qui la voce si fa più distaccata. Saporiti fa sua quella sensazione di prigionia che ha portato Faber a scrivere Hotel Supramonte e neanche il tempo che “è un bambino che dorme” può sopire l’oppressione di una lontananza: “Ma dove dov’è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore”…

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Si inizia con “Per l’amore di una madre”, distrutta la struttura base, rimane una vocalità pulita che si scontra con un sound metallico ed elettrico. “Io non resisto” è trafitta da lame taglienti, una condizione che Iriondo coglie da Saporiti come una rosa tra le erbacce… “Figlio di madre incompleta” è scandita da un tamburo macabro, completamente distorta e tormentata… la delicatezza di “A modo mio” non è scalfita dalle demolizioni del chitarrista degli Afterhours in cui riecheggiano cornamuse che annunciano “In costante naufragio”. Lo stesso lavoro è stato fatto su “Hotel Supramonte” dove qualcuno storcerà il naso, ebbene: è questo l’effetto che “Bisognava dirlo…” vuole fomentare: un pugno allo stomaco che via piaccia o no.


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