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Dargen D'Amico - D'iO


"Il poeta del rap" è tornato ed è più in forma che mai,  Dargen D'amico con "D'iO" ribadisce infatti il suo talento e rispetto ai lavori precedenti riesce a trovare un'amalgama perfetta, tra sperimentazioni, concetti alti ma anche estrema piacevolezza nell'ascolto... il tutto in maniera opportuna e significativa, una comunicazione come si suol dire, efficace all'ennesima potenza. Perchè "D'iO" contiene brani altamente potenti, carichi di pathos e ricchi di fascino, perchè è un disco profondo, colto, che ha più strati di significato e arriva che è una meraviglia, anzi letteralmente ti avvolge, nelle sue progressioni armoniche, nei suoi beat corrosivi e naturalmente nei concetti che esprime, in panegirici che sono sostanza e fanno la differenza. 


Con ironia puntuale e precisa il nostro compie il suo viaggio poetico e filosofico attraverso uno sguardo cosmopolita che è rivolto a una rivincita ultraterrena ed eterna, dove la speranza vince appunto perchè ha imparato a guardare oltre i meri concetti terreni e i beni materiali, partendo da una sconfitta, quella personale che diventa rivoluzione, nel "No future" di "La mia generazione" che sposa in un certo senso la canzone di Gaber e la Tribù che balla di Jovanotti in una ballad rap col pianoforte portante dal ritornello in minore, evocativo e d'impatto, molto ben costruita armonicamente: "e non c'è niente di vero purtroppo è tutto vero, la via lattea è la, ma non puoi berla, abbiamo perso il sentiero, le stelle sono là le stelle sono l'acne del cielo". I toni si rasserenano con "Amo Milano" ma solo musicalmente: "perchè è la capitale morale del commercio immorale", un funky leggero, piacevole, che ha accenni soul nel ritornello, con un testo incisivo che sviscera pregi e difetti della città: "amo Milano perchè non ci vivo più" mentre sembra di viverci con "La lobby dei semafori": ritmiche sbilenche metropolitane che presto sfociano in sonorità accattivanti di stampo dance: " il cielo è un corpo estraneo però mi piace perchè ti lascia andare lontano a me lontano non basta lontano poi dove dall'altra parte del mondo, ti giuro torno a casa per le nove". Ed arriva il sogno di rinascita di Elvis in "Las Vegas honey moon": "limonare come lame in limousine" reggae e dance hall, ottimamente assestate con rime a profusione e melodia a presa rapida: "serviti delle cose prima di averne bisogno, comunione dei beni, comunione di geni quand'è che ti sistemi matrimoni a premi". Con "Crassi": ci si risveglia in qualche modo, dove si prosegue per modus operandi il discorso della traccia d'apertura, per tema e atmosfera, soffermandosi sul malcostume italiano di trovare sempre un capro espiatorio, ma a tutto c'è un limite:"anche mio padre era un poco di buono, un fantasista di dubbia moralità ma a me non verrebbe mai in mente il bisogno di fargli intitolare la via di una città per cui mi chiedo che diavolo passi per la testa dei figli di Craxy" senza dubbi uno dei brani più centrati dell'album. A questo punto, il discorso si fa più intimo e non smettere di crescere e diventare sempre più viscerale fino alla fine. "Amico immaginario": "avevo già sentito uomini inutili come mio padre parlare di Dio" funky oscuro e pulsante, tra ricordi d'infanzia e religione, bisogno dell'altro, mancanza d'affetto: "ho fatto tanto per diventare grande, ho fatto tanto per diventare vero, ho fatto finta di non temere il buio, come hai fatto a crederci sul serio". "La mia donna dice": la morte è sempre giusta e il dolore che invece è sempre sbagliato" incalzante con opportune dissonanze melodiche, costruita per accumulo, ipnotica e godibile. "Io quello che credo":"e sognare di andarmene in mare finchè mi esaudisco o mi esaurisco ognuno contro di se è Cristo è stato l'unico vero Anti Cristo"  tra il senso della vita, di Dio e "rimorsi" familiari, una delle tracce più intense dell'intero lavoro: "io quelle che credo è che tutte le cose che puoi toccare sono false". "Parenti": con un organo da chiesa iniziale... filastrocca, colorata da suoni vintage, con una strofa quasi dub step che si stempera nel più melodico dei ritornelli, per un  elogio della fratellanza: "vale davvero la pena passare tutti i sogni a guarire la vita terrena? " . "Lunedì chiuso": "non badate a quanto si dice la provincia non mi si addice" sonorità dance hall reggae miste ad autoironia: "prometto che mi depilo le ascelle così non bagno la camicia in tv". "L'universo non muore mai": "magari sotto pagati al limite morire giovani ma essere costretti dai debiti a continuare a vivere"piglio oscuro, incedere avvolgente, ma anche fiducia... nell'assoluto "giuro bevo nel nome di Dio anche se lui mi fa il vago". "Modigliani": "la morte è la vita vera, il sogno ne è un assaggio, siamo dentro alla fauna che ci lascia sorridere poco prima di piangere" ballad di grande intensità, pezzo da "cantautore vero", a tratti emozionante: "non sei così male per uno che ha perso le speranze", inutile dire che siamo di fronte a uno degli apici di questo album. "Essere non è da me":  "Vagavo per i campi degli stand" suggestiva, potente, col piano in evidenza tra derive quasi psichedeliche, con un ritornello magnifico per armonie melodiche e significato: "avere sbagliato non fanno di me un uomo sbagliato ma fanno di me un uomo, se avere è sbagliato essere non è da me, siamo soli, quasi liberi".

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