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O.R.k. - Inflamed Rides -


Inflamed Rides è l'esordio degli O.R.k. vera e propria super band composta da Lef, Carmelo Pipitone, Colin Edwin e Pat Mastelotto, c'è bisogno che vi diciamo di che band fanno parte? No, anche perché l'album nella sua estrema coesione mescola stili e influenze dei membri, sarebbe meglio dire background artistico in maniera nuova e intensa, dove sono ben riconoscibili i "tocchi dei maestri in questione" ma non sono mai prevaricanti o ancor peggio fine a se stessi. Gli O.R.k. sono gli O.R.k. e che continuino e non ci lascino presto come i Mad Season, il primo gruppo al quale chi scrive ha pensato, ascoltando i due singoli rilasciati dalla band negli scorsi mesi. Ma i riferimenti sono vari e spaziano, anche più indietro nel tempo. Di fondo c'è un'espressione oscura, trasognante, sfuggevole, che sembra andare incontro alla fine per poi amabilmente soggiogarla, che sfida il senso di caducità dell'essere umano per sorreggerlo, per riportarlo dentro al sogno, sempre, conscio dei suoi limiti e delle sue ceneri.   

"Jellyfish": magma cupo, sonorità post grunge, un vortice di suoni, avvolgente e tagliente quando occorre, è il brano che la band ha reso noto per primo mesi fa

"Breakdown": alternanza tra parti scarne e ipnotiche, impreziosite da orpelli dissonanti a cui segue inevitabile l'esplosione di suoni, il risultato è potente e ammaliante al tempo stesso 

"Pyre": il secondo estratto, è una ballad dolente, che trasuda intensità nel suo dipanarsi armonico e strutturale, che riporta alla mente certe atmosfere care a Nick Cave

"Funfair": ritmica ossessiva, melodia evocativa, mood tardo anni 80, è una cavalcata fascinosa nelle tenebre

"Bad of stones": sfuggente e misteriosa, acida e accattivante, variegata nell'arrangiamento è un'autentica esperienza sonora, uno dei vertici dell'album

"No need": una "Pretty Woman" (vedi riff n.d.r.) malata e insana, trascinante, ficcante, incisiva, uno dei brani con più appeal radiofonico, decisamente godibile

"Vuoto": un andamento sognante ricco di "sbandate", sinuoso, cantato in italiano, che diventa ossessivo e potente

"Dream of black dust": ci spostiamo su atmosfere eteree e diradate, psicadeliche eppur complici, con un cantato "romantico" che conferisce al pezzo un retro gusto retrò che non dispiace di certo

"Funny games": parte morbida e sospesa, come la perfetta continuazione della traccia precedente, dove si innesta un riff di chitarra efficacie ma non invadente e il cantato si fa più evocativo mentre la ritmica si mantiene costante e precisa

"Black Dust": solenne, suggestiva, in molti aspetti anche cinematografica, arriva dopo "i giochi folli" ma a questo punto siamo di fronte a un vero e proprio trittico, "come se il vuoto, senza bisogni, avesse lasciato spazio e libertà al sogno e alle sue ceneri" 

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