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Michelangelo Giordano - Le Strade Popolari



Michelangelo Giordano ci piace definirlo il coraggioso cantastorie calabrese. E quando si parla di un Sud spesso emarginato, vittima dell'omertà, abbandonato dai telegiornali, ascoltare poi una voce come quella di Michelangelo ti rincuora, fai pace con tante cose “in questo campo immenso fatto di dolore”. E non è giusto che le sue “Strade Popolari” vengano ricordare per una discussa ed ingiusta eliminazione dal Festival di Sanremo. Che la grande giostra della Canzone Italiana nasconda fatti e misfatti storici questo è noto a tutti, ma non vorremmo mai sentire la storia di un bravo cantautore “fatto fuori” perchè parlava di mafia e prostituzione, perchè raccontava di paure e... d’amore. Per cui ridiamo a Michelangelo il suo valente esordio: musiche mediterranee, belle melodie, buona dose di strumentazioni, testi ironici cantanti quasi con candore. E lì ti accorgi che quelle “Strade Popolari” sono le tue strade, le nostre vie...

“Chi bussa alla porta”: filarmonica iniziale del Sud attuale, poi si inserisce con la sua ironia Michelangelo, il cantastorie, una chitarra tra le braccia e tante vite da raccontare: “Bussa alla porta quell'uomo distinto sempre curato un vestito perfetto con un cilindro due occhi neri un attimo solo e di nuovo tra i piedi... poi si trasforma diventa aggressivo, diventa spietato...”. Potrebbe sembrare un fatto di cronaca nera ed invece le parole “E' mezzanotte giro per casa e all'improvviso senza preavviso” e “Pure il dottore mi aveva avvisato, qui nessuno ha bussato” devono farci pensare alle paure che spesso la notte riemergono, ci affannano e Michelangelo racconta quella sensazione di panico con lucidità. Un brano sicuramente curativo.

“Lungo il cornicione”: filarmonica morbida, chitarra stanca, violini suadenti... ascoltandola avrete la sensazione di guardare giù, una prospettiva lontana, probabilmente globale, ma precaria. Come questa società, come il nostro futuro. E non vorremmo essere “quel vecchio sul terrazzo”, che guarda e non reagisce: “E allora trova senso pure a una canzone, muore il mio cinismo, nasce un'emozione”.

“L'amore ci chiede amore”: un bel solo di chitarra annuncia una semplice e pura canzone d'amore, in senso lato: “L'amore sbagliato solo negli occhi di chi non ha amato, l'amore è la vita che mi hai dato”, poi è la fisarmonica a spiccare. Chiude ancora una volta la sei corde a mimare l’intro…

“Luna”: ritmicamente frivola, sensuale e proprio per questo si infrange contro la storia di questo brano: “Ma non la condannate se lei non ha pudore, in fondo rende gioia e l'amore lo fa su prestazione”, una bocca di rosa tra gli oleandri, tra le notti calde del Mediterraneo...

“Il paesino di periferia”: un folk rockeggiante, di strade popolari: “Mormora, la gente mormora, Gina e Giuseppina parlano, o meglio sparlano del figlio di Annunziato che è un poco effemminato”.... esilarante, dobbiamo dire, la storia di padre Alfonso che “… prega tra la folla silenziosa ma poi cerca ancora con Lucia il peccato originale”.

“Nun cangiunu li cosi”: inizia con le parole di Rosaria Schifani, moglie di Vito, ucciso dalla mafia nella strage di Capaci del '92, la punta di diamante di questo disco, un inno Antimafia citando Dalla Chiesa e Rosa Balistreri: “Non cangiano li cosi e manco li cristiani, nun morino li n'fami e noi patimo ancora”. Uno sguardo giovane e purtroppo negativo.

“Nella stanza chiusa a chiave”: un inquietante carillon e una dolce chitarra: “Fammi urlare, fammi urlare, fammi urlare di dolore, i tuoi occhi di padrone sono pieni di paure, non sapresti rinunciare al tuo unico piacere. Chiudi a chiave, chiudi bene per non farmi mai fuggire”. La protagonista di questo brano e di un eclatante caso di cronaca realmente accaduto, è l'austriaca Natascha Kampusch che da bambina fu rapita da un uomo all'uscita da scuola. Natascha si liberò otto anni dopo, fuggendo per una distrazione del suo carnefice. Ma potrebbe essere anche la storia di Elisabeth Fritzl, per 24 anni segregata dal padre in un bunker che l'uomo costruì nel sotterraneo di casa.

“Sutta a luna”: Uno dei brani più spensierati, di notti giovani al chiaro di luna, regolarmente in dialetto calabrese ma non dà l'impressione di essere nostalgico: “Notti d'estati un me possu chiù scurdari, sento la voci china di culuri, bedda è la luna e quanta luci faci, vardra da supra e duna sulu paci e tu chi riri ed io chi parlu e nun mi fermu e nun mi stancu”...

“Dolce e amara”:... come il suo violino, come la rosa e le spine, guerra e pace, “... una morsa di dolore e se mi lascio trasportare vado a fondo insieme a te... sei dolce, sei amara, sei una terra di piacere e non posso sopportare di vederti andare giù”, commovente canzone d'amore per la propria terra.

“Io vorrei”: “So affrontare circostanze molto dure, le più buie, ma la tua distanza invece no”... un inizio in sordina per esplodere nella chitarra elettrica e nella batteria, senza troppe pretese.

“Non pozzu campari”: anch'essa in dialetto e Michelangelo si trova a suo agio e a noi piace, sembra il continuo del brano precedente, la lontananza, la sofferenza, “le pene d'amore”: “E la notti vogghiu muriri si tu nun ci si e la notti nun pozzu dormiri sulu io sacciu dolori c'è”...





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