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Black Mass di Scott Cooper


"Che cazzo ti porti un giubbotto anti proiettili, che sei finocchio? - Me lo dici poi quando mi sparano" (gli sparano) "- "Ti è servito il giubbotto anti proiettili finocchio?"
Fbi, criminalità, politica tutti convivono amorevolmente contro la Mafia, ma che una volta debellata impone nuovi schemi e risvolti. In "Black Mass" Johnny Deep/Jimmy Bulger è un criminale "serio", che uccide chiunque al minimo sospetto, è per certi versi "un personaggio", anzi lo è sin troppo nel dipanarsi degli eventi rispetto alla sua presentazione. C'è un non esplicitato omaggio alla "famiglia", intesa come "radici" che andrebbe bene comunque da contraltare, ma non è sviluppato più di tanto, che fa il paio con quella mafiosa da combattere, c'è la politica del terrore, ci sono gli intrallazzi vari... C'è che è purtroppo un film "sgamato" passateci il termine, perchè va bene tutto, ma lo snodo narrativo è lineare che più non si può, ha inverosimiglianze che fanno quanto meno dire: "dal 1975 al 1981 che cosa è successo?" Banale a tratti, come le esecuzioni che si succedono per motivi "gravi" più o meno apparenti. Piace e non poco la fotografia di Masanobu Takayanagi, piacciono i primi piani, piace il gusto di alternare spazi piccoli e grandi, piacciono le trovate stilistiche all'interno del racconto che Scott Cooper mette in atto: come quando "il futuro imminente è raccontato letteralmente e noi possiamo vedere le immagini prima, piace "l'omicidio" rappresentato alternato con il festeggiamento in discoteca di un successo. Trovate non nuove, ma che servono a creare "sbalzi" a una linea narrativa che è stantia,  perché il mistero dietro le maschere di boss, di serial killer, di poliziotti corrotti, si ferma subito dopo pochi contorni, cosa che fa risultare il tentativo narrativo "per flashback", che poi proprio tali non sono, ma sanno più di voci off presunte, messe li per evitare danni all'incedere della storia, che non si inceppa comunque... ma si nutre delle sue mancanze, finendo senza gloria. Si narra l'ascesa di Bulger, un criminale, intento nei suoi traffici, davvero in malo modo, in quanto non c'è background, se non appena accennato, fatto questo deleterio, perché gli snodi avvengono per presunte amicizie passate che sono narrate dai protagonisti ma non rese in immagini, quindi è difficile instaurare empatia o addirittura "capire le scelte dei personaggi". Latita l'azione e anche il motore, mentre il nostro viene contattato da un amico d'infanzia promosso all'Antimafia, che gli chiede di collaborare, ma attenzione: "Non mi considero ne un infame, ne un informatore...questi sono affari", è su questa frase che si svilupperà l'intero film, lanciando sotto testi senza alcuna intenzione di dargli spessore (la famiglia ad esempio, inteso come stereotipo mafioso "che tu che sei di Boston" invece hai visto morire "realmente", e comunque in un certo qual modo sacrificandoli e che da Boss significa educazione: "Si può fare qualsiasi cosa, l'importante è come e quando" e potere che vuol dire altro ma finisce li: "Abbassa la voce questa è la mia cucina) ed è un peccato, visto l'evolversi così annunciato della pellicola che non ha scossoni rilevanti. Alti e bassi per una pellicola fatta meglio di quello che racconta. Si può vedere, ma non ha di certo "colpi" battuti da una sceneggiatura piatta, che tende al raziocinio più spicciolo, che annacqua via via quanto di buono si è seminato.
"Sicuro di quello che faii? - Esiste un altro modo?"

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