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Todo Modo - Todo Modo


“Todo Modo” è un album, un progetto, tre caratteri, un modo di pensare. “Todo modo para buscar la vuluntad divina” citava Sciascia nel suo romanzo. Salvare l'ordine costituito a tutti i costi. Ed è da quella società corrotta di politici, banchieri e mafiosi che giravano intorno alla democrazia cristiana anni ’70, poi sfociati in Mani Pulite, che prende vita il disco. Da allora l'Italia nulla ha imparato dalla sua storia dopo gli scandali di Mafia Capitale e Tangentopoli 2. Può sembrare assurdo che una band fatta di tre elementi che vivono di vita propria possa, nella sua musica, fare un disco politico, ma è anche vero che siamo figli di quella sotto-cultura che ha ucciso gli intellettuali. Letteralmente. Ma todo modo, ovvero “ogni mezzo” vale per descrivere il disco di Paolo Saporiti, Xabier Iriondo e Giorgio Prette anche da un punto di vista musicale, dove l'apporto dei tre si amalgama alla perfezione, dove i testi di Saporiti vomitano i suoi malesseri (come ha sempre fatto anche nell'ultimo disco), dove la minuziosità del lavoro “sporco” fatto da Iriondo in maniera (im)perfetta riesce a dosarsi in maniera intelligente e dove la fantasia ritmica di Prette è un polmone che serve a far ossigenare il disco che si muove sul post rock senza mai toccare uno stile ben delineato. Se prodotti come questo escono fuori oggi, è grazie al rifiuto di quella cultura elittaria che i tre denunciano e che negli anni ha invaso tutti i settori della nostra società. Non lo definiamo un lavoro lontano dalle esperienze del neo trio, piuttosto una valigia più pesante dove mettere tutto quello fatto ed appreso sino ad oggi. A noi al momento serve un'alternativa per sopravvivere, per ascoltare, per sognare ...  è un mondo a parte e non per tutti.


Soffocare: “Io non ho deciso cosa può far male, non ho mai confuso tutto il tuo dolore…” e fa male davvero, così spaziale, un muro elettrico divide in un due il singolo, su cui si posano riff melodicamente distorti, che non sfiorano alcuno stile specifico ed è qui che la voce camaleontica di Saporiti sembra essere volutamente fuori luogo…

“Togli le mani da lei”: drums scandiscono il tempo come un orologio, gli arpeggi e le distorsioni sono facce della stessa medaglia; ballad folk rock dolcemente malinconica: “Io non ci riesco a non credere che possa sembrare più semplice prendere a calci nel nome mio, rendere tutto impossibile, no non esistono favole che possan fermare il mio incedere, ti prego non essere ignobile…” viscerale s’apre in un assolo di elettrica e poi è Prette che colora con le sue bacchette un finale stanco, come a non volere lottare…

“Come fossi Dio”: riff nervosi con un massiccio uso delle distorsioni e del noise aggressivo, come la doppia personalità che emerge dalla vocalità e dal testo: “Io non ho deciso che cosa ti farei, sono le mie mani che parlano per me se non fossi te, se non fossi io, se non fossi tu, come fossi Dio… c’è solo una differenza tra Bruto, Caio e me è solo la mia distanza che ti permette di vivere”. Molto vicina a certi episodi degli Afterhours.

“La via”: la batteria è esplosioni, fucilate, intente a procede come una marcia, come un esercito spietato. Il brano è minimal fino a quando non entrano le chitarre mantra post rock, da qui il diverso apporto dei tre musicisti. E’ come la composizione di un puzzle i cui tasselli si lasciano incastrare. La voce di Saporiti è tiratissima: “Non cerco il muro del pianto, nemmeno l’ipocrisia, la scelta è un dolce croccante, l’indifferenza è la via”, poi sono scambi e sguardi tra la batteria e l’elettrica…

“La pancia di Milano”: distorsioni sparate e trascinanti, corrosiva per rigettare i mali di questa società: “Io qui non ci voglio stare nel mezzo della feccia, io qui non ci voglio stare, forse è meglio navigare che restare qui a guardare, forse è meglio dileguare questa massa tumorale”.

“Alle volte”: l’elettrica di Iriondo è un compressore, metallico, freddo, insidioso come i “loschi figuri” e i “vigliacchi”, pensieri e parole.. non a caso…: “Che ne so io di un campo di grano, che ne so del talento che c’è, che ne so del tuo sporco denaro, che ne so del consenso cos’è, io che non ho deciso niente…”

“Puttane e miele”: il bastone e la carota, in realtà una metafora spiegata bene da Saporiti principalmente nell’uso contrastante della voce, su un mood grunge dove Iriondo si diverte a destrutturare e a ricreare un mondo senz’altro migliore, da che parte sta il bene? Dove il male?: “Se io sto con lei non avrò più niente da confessare e in un mondo che qui non c'è più niente da trafficare, se tu stai con me non avrai più nulla da ricercare e in un mondo che qui non c’è più niente da confiscare…”

“Il mio amore per te”: un’acustica che muore nel mix noise creato da Iriondo e Prette a voler cancellarne la struttura. Sicuramente il brano più ostico, eccessivo. Poi ancora nel finale torna ad emergere Saporiti, alla ricerca di qualcosa di buono: “Il mio amore per te non cambia mai, il mio amore per te non cambia mai… il mio amore per te non cambia mai…

“L’attentato”: arpeggi mistici, un filo di voce, come una ninna nanna: “Cerco un altro modo per illuminare il cielo, cerco un altro modo per distinguere il tuo velo, cerco un altro modo per distruggere il tuo credo”. Poi il brano vive una seconda vita, un mantra psichedelico per un cantautorato sommerso ed esplosioni, è proprio il caso di dirlo, ma per fortuna solo soniche...




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