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Pietre di Sicilia - I Musicanti di Gregorio Caimi




Dopo due album dove "I Musicanti di Gregorio Caimi" avevano abbracciato la world music, distanziandosi decisamente dalle proprie origini, in maniera naturale e convincente comunque, ecco l'album che non ti aspetti, questo "Pietre di Sicilia", che ha il merito di dare forma musicale e vita nuova, alle poesie di "Renzino Barbera",  artista a tutto tondo, che Gianfranco Jannuzzo, tanto per darvi le coordinate, ha portato nei teatri italiani ma che non è di certo "famoso" per così dire. Un'operazione dunque coraggiosa, che ha poco a che fare dall'omaggio che i nostri avevano riservato anni or sono a "Rosa Balistreri", decisamente più conosciuta e tra virgolette più icona di una Sicilia verace e che "combatte sempre". Tralasciando il fatto non di poco conto, che qui le musiche sono per forza di cose originali... sono soprattutto musiche e melodie che vanno a nozze con le parole di Renzino Barbera. Sono canzoni che hanno a che fare con la natura per certi versi, con un vento costante ma leggero, il mare di fronte e le sue onde, un cielo da prendere per lasciare e tornare in Sicilia e ritrovarla immobile "come le sue pietre", come nel Gattopardo, come nella penna di Pirandello. Spicca la vocalità sempre più raffinata di Debora Messina, che non eccede e lavora sulle sfumature, spiccano le melodie, per un album sicuramente di classe che avrebbe potuto però, esser maggiormente variegato, quanto meno a livello ritmico, escluso il primo brano infatti, non ci si schioda dalla postazione "ascolto composto" e alla lunga, anche se l'album non dura tanto, questo, lo senti, e i recitati (da parte di Guglielmo Lentini) rimangono li, con la band che sembra suonare in una stanza attigua, sono scelte stilistiche, anche giuste, lo capiamo benissimo, ma magari erano forse proprio i momenti dove si poteva "osare qualcosina di più"... avendo "campo libero". Ma la cosa importante è che il rischio "monocorde", di un album piatto, non sussiste minimamente, e questo è un pregio non da poco, vince l'omogeneità, il calore, la sostanza, che non ha bisogno di strafare: 

"Lu corvu di ferru":  a narrare la "rivoluzione operaia" il brano è antico e moderno al tempo stesso, filastrocca folk popolare con un ritornello contagioso, centrato appieno l'obiettivo giocando sulla ripetizione "nonostante e per" i cambiamenti moderni

"Manu granni": bossanova morbida e sensuale come le onde dei marinai che "hanno bisogno" del mare con un bel solo di chitarra evocativo

"2 settembre 1986": recitato, con la musica che fa da sottofondo quasi non volesse disturbare l'intimità delle parole narrate

 "L'omu di sali": tango e saline e...neve, con la fisarmonica che regala un'aria fintamente sbarazzina a un testo che condensa in pochi versi la distanza nord-sud

"La Stidda": mood fiabesco e amaro nello stesso tempo, sublimato nei soli di flauto che intreccia con la fisarmonica momenti di malinconia complice

"Ci aviti mai pinsatu": atmosfera "bucolica", "che tende all'infinito", forse  in maniera sin troppo solenne e statica nel suo dipanarsi, avrebbe forse avuto bisogno di qualche "scossone" magari a livello di arrangiamento 

"Dialogo con il mio corpo in autunno": altro recitato, testo delizioso, sul tempo che passa inesorabile, ancora una volta musicalmente la scelta è quella di restare sfondo

"Quattro petrii": melodia avvolgente e "duratura" come la metafora raccontata, con tutti i suoi contrasti, con un testo forte che si sposa in maniera mirabile con un arrangiamento di classe che riesce a cogliere il senso delle parole di Barbera senza strafare, qui ai nostri, bisogna dirlo, tutto riesce a perfezione, senza dubbio il miglior brano del lotto

"Serenata all'Italia": altro giro, altro tango, sinuoso e nostalgico, con voce  e fisarmonica sono protagonisti, il testo narra "la lontananza" di un italiano costretto a vivere all'estero

"Nenti": mood diradato, per un brano evocativo che assomiglia quasi a una preghiera laica, sicuramente suggestivo.

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