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Shakalab - Duepuntozero


Gli Shakalab tornano con “Duepuntozero” per Audioculture dopo il fortunato "Tutto sbagliato" che li aveva consacrati come band reggae e dancehall di punta nella Sicilia Occidentale. Con "Duepuntozero" spiccano il volo non solo perchè "battezzati" dai più grandi nomi della scena, tra cui Bunna degli Africa Unite e i Sud Sound System, ma perchè qui marcano il territorio e marchiano a fuoco la loro identità sempre più black, più hip hop senza dimenticare le radici. E, come nel lavoro precedente, il disco è un'escalation: si inizia con una breve presentazione della band per poi ribadire l'amore per il reggae su ogni altra cosa, e questo come da copione, poi il disco cresce trattando tematiche dure con tenacia: l'immigrazione vista con altri occhi, quelli con cui dovremmo guardare tutti per capire il fenomeno, la terra dei fuochi, anche la crisi, il business alimentare, una certa cultura stereotipo della Sicilia, il lasciare la propria terra per... ritornare. Un crescendo come il ritmo in levare, come la crescita della band che promette grazie ai suoi componenti che si incastrano bene insieme: il cuore reggae, le voci hip hop, la spinta critica, la "mano d'oro" della consolle... alla produzione il duo Gheesa-DJ Delta.


"Intro": la presentazione degli Shakalab “acchiappata live” con un breve featuring di Polo in stile Eminem/Big Brothers… grandi fratelli Jahmento, Lorrè, DJ Delta, Bruno e Marcolizzo.

“Reggae Fever”: … su una base dancehall moderata, “stu ritmo in levare è una binirizione”… in siciliano la band marca il suo territorio, chiarendo sin da subito, come fatto nel precedente lavoro “Tutto sbagliato”, che con la reggae music non si scherza e scandendo un po’ troppo cantano: “inguaribile, piuttosto contagiosa, malattia pericolosa, parte da dentro le ossa, brividi sento una scossa”… gli Shakalab “muoiono di piacere”…

“Run away”: la vocina ammiccante di Camilla Luna Vazquez a ritmo ragamuffin apre le danze a Lorrè and friends: “Gli animi accesi sono solo malintesi, nessuna può portarmi via da te, sei dentro la mia anima sei parte di me”… ovvio che non si tratta dell'amore di una donna ma una dedica al reggae nell’accezione più semplice, quella che ha le fondamenta in Bob Marley, le altre sono solo derivazioni, brevi passioni, follie… forse musicalmente si poteva osare indubbiamente di più sfruttando al meglio Dj Delta…

“L’Uomo (spa) Ragno”: intro spiderman ma, tranquilli, nessun riferimento se non quello di aggrapparsi… a pochi spiccioli, non è questione di “essere taccagno”, è questione che non si può più vivere: “Ho letto che mettendo un po’ di olio di frittura può sfrecciare senza problemi per ore e dopo un paio di anni molti amici hanno seguito il mio consiglio e adesso tutti col bidone, c’è puzza di frittura poi la Finanza mi incula se m’acchiappa poi mi manda al Lucciardone”… un consiglio… molto utile e divertente per chi vuole diventare uomo “sparagno/risparmio”. Ed ecco un bel finale scratchato con echi che fanno il verso ad Elvis…

“Grand Masterchef”: “La mia generazione tutti Masterchef, ma chiddro chi mangi un si capisce”. Una volta in tv vedevi “culi e tette” ora tutti “coltelli e forchette”… da "porche a porchette" e come dargli torto. L’esempio della cucina-business è solo poca cosa rispetto tutto quello che contiene il grande vaso di Pandora dello show-biz! Tratti fortemente hip hop italico, con un ritornello trascinante che si avvia ad un finale degno… Duepuntozero cresce man mano…

“Killa dj”: il dj suona o passa dischi? Varie teorie si alternano, ma qui gli Shakalab sono chiari e dichiarano amore al loro prezioso Dj Delta “Father nostro che sei dietro la consolle”: “Stai dietro la consolle ogni solco del disco scava dentro al corpo e io l’ascolterei…”. Qui si cita De Gregori e i The Fugees perché qua non si passa musica prendendola da You Tube. Si finisce in un bel funk hip hop made in USA e via di vinile…

“Stop Dem”: il singolo del disco, che vede il feat. dei fratelli salentini Boomdabash è una scelta-contro coraggiosa, perché non si parla di stereotipi reggae come in un qualsiasi tormentone che si rispetti, ma di terra di fuochi: “Abbruciano l’occhi della nostra terra runni e ghiè”. Terre, quella siciliana e quella pugliese che parlano di storie del Sud, di gente che continua a morire di fumi e discariche. “Stati inquinanno u Meridione”… e lo Stato si gira dall’altra parte e non vede… ci pensano i “nostri” ad “assicutarli/cacciarli" almeno per ora con questo hip hop convincente.

“’Nta sta varca”: “Su questa barca” si presenta cadenzante e in levare come si rispetti, ma ancora una volta dai toni cupi come la tematica dell’immigrazione sul Canale di Sicilia: “Si ti scanti di lu funnu di lu mari/ poi arristari puru n’terra, a morire sariti viatri/ pi uno chi rinuncia centu pronti pi salpari/ eo sugnu cummananti di sta schiavitù globali”. Traduciamo: "Se hai paura del fondo del mare/ puoi restare pure a terra, a morire sarete voi/ per uno che rinuncia cento pronti per salpare/ io sono comandante di questa schiavitù globale". Il punto di vista del migrante, di quello che si sente dire dallo scafista: “o muori in mare o muori in terra”. Sicuramente il miglior brano, qui la scelta musicale non è invasiva e va bene così proprio per l’imponenza del testo. Finale in stile dub…

“Treesessanta”: “Il mondo non ha spigoli, la mente non ha limiti, la vita è come un salto dalla rampa la vedi a 360!”… con EasyOne e Barile, il brano ammorbidisce la tensione del disco fino a questo punto ed è funzionale. Ci piace la voce di Jahmento forse perché, lo ammettiamo, ci ricorda Bunna, è il cuore pulsante della band.

“Get Up & Move”: il brano era un singolo già edito dalla band dell’hinterland trapanese che ospita la pugliese Mama Marjas. La parte hip hop fa un ottimo lavoro metrico… “chiuriti a porta a chiavi ma rapiti la mente”… e la Marjas si scatena come solo lei sa fare. Un pezzo che assume più forza nel contesto del disco che non fuori e che richiama inevitabilmente, forse un pò abusando, il “get up stand up” di Marley.

“Mafiusu”: ... la mafia non è solo un’organizzazione criminale sia ben chiaro, ma è prima di tutto un atteggiamento, un comportamento che parte da una cultura patriarcale: “Mafiusu, ti senti spacchiusu, cu braccialetto d’oro ‘o pusu, ma picchi un tinni vai…”. Ma qui viene fuori un significato “positivo”: oggi, grazie ad una cultura antimafia anche il “mafiusu” del paesino, quello che si sente chissà chi, che si dà arie, viene preso in giro, diventando uno zimbello. Classico reggae sullo sfondo con un bell’assolo di fiati.

“Ready fi Bun”: l’ultimo brano del disco spezza musicalmente con i precedenti, è un mix di canto ragamuffin, dancehall, con loop dub, molto black, perché la finalità del lavoro è ribadire uno stile chiaro ma che si muova dentro il variegato contesto musicale a cui gli Shakalab attingono. La strada da percorrere deve essere sempre quella di creare roba nuova, evitando la retorica reggae in cui si rischia di scivolare. Questa è la strada giusta. 



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