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Intervista con gli Shakalab


Raccontateci come sono nati gli Shakalab, da dove è arrivata l’ispirazione per mettere insieme forze diverse in quello che si può definire, ditecelo voi, un progetto, una realtà o una famiglia? 

Ci conosciamo tutti da molto tempo. Capitava spesso di incontrarsi alle jam e ai concerti e di condividere i palchi. Alla fine è stato quasi un automatismo creare un progetto comune, anche alla luce della reciproca stima artistica. Con gli anni il progetto, che ci ha permesso di dividere palchi, viaggi, esperienze, si è trasformato in un vero e proprio “assetto familiare”. Da qui il refrain noto a chi ci segue nei live “Shakalab è la famiglia, peace & love & sensimilla!” 

Come abbiamo scritto nella nostra recensione di “Duepuntozero” voi, in questo nuovo disco, marchiate a fuoco la vostra identità. E lo fate iniziando sempre da un punto, come nel lavoro precedente “Tutto sbagliato”: l’amore per il ritmo in levare, che il “rasta man” non è proprio ben visto dagli “sbirri” e l’essere contro un certo tipo di fare musica. Secondo voi, la musica reggae oggi, vive di stereotipi? E quali sono? 

E’ chiaro che ogni genere musicale, ogni sottocultura, ogni movimento ha una sua simbologia, degli elementi che lo rendono riconoscibile. Non parlerei di stereotipi nel senso “macchiettistico” del termine, per cui uno quando parla di reggae si immagina il rastaman con il cannone in bocca, svaccato in spiaggia ecc., quanto piuttosto di certe figure, certi modi di intendere il sociale, la politica, la vita che si iscrivono in una certa cultura e la rendono tale. Oggi ad esempio, dopo una fase in cui si era persa la rotta originaria del messaggio insito nel movimento reggae mondiale (forse quello italiano è stato meno intaccato da questa deriva), notiamo con una certa soddisfazione il ritorno di un approccio “consciuousness” al modo di fare e proporre questa musica. Un maggiore interesse nei confronti di messaggi positivi che rappresentano una aspetto storico di questo genere. 


Terra dei fuochi, precariato, governati e governanti, ma soprattutto il bellissimo testo di “’Nta sta varca”. Siete riusciti a mettervi nei panni del migrante e dello scafista. Quanto sentite vostro il tema dell’immigrazione nella vostra terra di Sicilia. 

Beh, aldilà della prossimità con Lampedusa, la Sicilia è stata nell’ultimo ventennio uno dei territori d’approdo dei flussi migratori provenienti dal nord-africa. Ci confrontiamo quotidianamente con il dramma esistenziale di chi per vivere è costretto a fuggire dalla propria terra e conosciamo bene tutta la “filiera umana” che sta dietro a questo fenomeno, dallo scafista al caporale fino al prete corrotto che sfrutta questa “schiavitù globale”. E’ venuto naturale quindi descrivere e, dunque, denunciare una situazione che è sotto gli occhi di tutti e lo abbiamo fatto restituendo lo sguardo di ognuno degli attori coinvolti in questo triste fenomeno. 

Il vostro disco è come diviso in due parti, nella prima come abbiamo detto, vi presentate, dichiarate amore verso il reggae, poi affrontate tematiche forti. Ed è qui che si risente la vostra voglia di sprovincializzarvi. Siete d’accordo? 

Si, siamo per l’abolizione delle Province, quindi d’accordissimo! (Sorridono)

Sia nell’ultimo disco che nel precedente, avete ospitato grandi nomi della scena reggae: da Bunna ai Sud Sound System, da Mama Marjas a Boomdabash. Solitamente questo significa “accettazione” da parte del mondo in levare. Raccontateci qualche “dietro le quinte” con loro. 

Siamo nati e cresciuti in un periodo in cui non c'era bisogno di essere accettati da nessuna scena, se pensi che Jahmento è dai primi anni 80 che si occupa di reggae music e che il resto della band ha comunque iniziato prima dei 2000. I Sud Sound System e gli Africa Unite sono indiscutibilmente un punto di riferimento ma in studio c'è sempre stato un rapporto alla pari. Tra Mama Marjas e Lorrè c'è un rapporto di amicizia iniziato quando ancora entrambi erano dei perfetti sconosciuti e giravano insieme molte delle yards italiane, amicizia consolidata negli anni anche col resto della band. Con i Boomdabash era da tempo che ci prometteva di fare qualcosa insieme, c'è sempre stata molta stima reciproca e ci siamo detti che il nostro rapporto non si limiterà ad un semplice featuring. 


“Duepuntozero” è nato da poco ma immagino che come band ma anche come singoli avete tanti progetti. Raccontateci. 

A parte i live, per il futuro ci concentreremo nella realizzazione del terzo album su cui stiamo già lavorando. Abbiamo già abbozzato dei brani e definito le linee melodiche e le tematiche, anche se è ancora tutto a livello embrionale. Rispetto ai progetti solisti, DJ Delta pubblicherà a giugno, insieme a DJ Double S, il volume due del loro incensato mixtape “ComboKlat” che mischia sonorità boombap a ritmi in levare. 

Andate in tour a presentare il nuovo lavoro? Avete qualche data? 

Sì, siamo in tour già da dicembre e sono previste diverse date nelle principali città dello stivale. Tenetevi aggiornati seguendo la pagina ufficiale Shakalab su Facebook.

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