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Sorge - La Guerra di Domani



"In quella faglia tra ciò che si è e ciò che la vita ci conduce a essere" Emidio Clementi insieme a Marco Caldera dà vita a  "Sorge" (in Richard Sorge, la spia sovietica impiccata dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale più che la scaltrezza e il coraggio, mi ha colpito la capacità quasi sovrumana di interpretare fino alla morte il ruolo a lui più odioso, quello del nemico nazista, dichiara lo stesso Clementi). "La guerra di domani", è un album poetico, essenziale, sospeso, tra i suoni elettronici, metallici, carichi di bassi e il girovagare tra la coscienza, i ricordi, delle parole... un mood da sogno lucido che affascina e appassiona, con timide linee melodiche affidate al pianoforte, con "la macchina" a scandire il tempo come se fosse una clessidra che assesta i suoi colpi. Personale eppur complice come nei migliori episodi targati Massimo Volume, Emidio Clementi insieme al produttore di "Aspettando i Barbari", scopre il pianoforte per l'appunto e l'elettronica, il risultato, sono dieci canzoni o reading se preferite, di pura e oscura "bellezza" che non possono lasciare indifferenti:

"Hancock 96": "ma stasera mi sento fortunato vestito di blu" ritmiche lente e possenti, ambientazione americana, narrativamente parlando, con piccoli inserti di pianoforte nella seconda parte, che prosegue in una coda strumentale che si interrompe improvvisamente.. 

"Nuccini": "le senti Corrado a Cassino le voci dei morti o è solo l'impianto che distorce le voci" su e giù per l'Italia in preda ai ricordi ricordando i compagni di viaggio, le ritmiche sono corpose e accattivanti. "Corrado quanto tempo abbiamo speso a immaginare la vita fuori dai finestrini di questo treno" 

"Il cerchio": pianoforte ipnotico, tensione che cresce e non si arresta: "la vita cambia in un istante, se non ci credi un giorno te ne accorgerai se non lo hai capito presto lo capirai" 

"Bar destino": commovente e bellissima, tra sogni e ricordi, "e mi rivolgo a Vittoria e la prendo per mano e le chiedo ancora di parlarmi ancora con la stessa grazia con lo stesso amore di allora"

"Vera in cucina": sfumature, pianoforte, voce di bimba, come a "riavvolgere il nastro"

"Accetto tutto": "accetto il mondo non ho scelta oltre la morte dio ci assolva spero non sia stanotte", amara e malinconica, acuita nel suo incedere marziale e ripetitivo, che sul finale aumenta i battiti 

"Noi facciamo ciò che siamo": "aspetto ancora una risposta non ha senso avere fretta" dinamiche quasi rap, il brano con tutte le virgolette possibili più orecchiabile del disco con qualche goccia di xanax e un pò di scotch" morbida, intima e complice

"La spiaggia": i poche note ripetitive di pianoforte, ritmica ben presto che cresce e si arricchisce, un loop cinematografico... "sono in cerca di un respiro"

"In famiglia": "sapeva d'inverno sapeva di fame sapeva di unto sapeva di cose tenute male" sospesa e intima, "mia madre non vede più nessuno dice alla gente che passa da casa che il mondo si è appannato"

""Quello  che ho perso": "a mezzogiorno abbiamo finito e sono tornato a casa, ma la casa non c'era più" piglio punk salmodiante

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