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Suz - Lacework


Suz, ovvero Susanna La Polla, approda a “Lacework” a distanza di circa tre anni da “One Is A Crowd”, per la IRMA Records, in maniera sì elegante nonostante a primeggiare sia un piano dal suono velatamente distorto sposato d'elettronica, il lavoro non risulta minimal come potrebbe sembrare sulle prime. Gli “intrecci” creati dal produttore Ezra Capogna, ed è proprio il caso di dirlo, tra la vocalità venuta dal passato della nostra e il trip hop quasi portato all'estremo, crea melodie anche interessanti, un'atmosfera asettica che “disturba”, che spiazza e ciò fa male a “Lacework” perchè questi legami di sangue, i sentimenti, non appaiono, sembrano ibridi, incolore. In alcuni brani si risente un'aurea dell'est, infatti il disco muove i primi passi nell'isola thailandese di Koh Tao per poi approdare al No.Mad Studio di Torino.

Si inizia con “Billie”, dal sapor anni '70, con un audio sporco come quello proveniente dalle vecchie piste, che poi è la caratteristica principale del disco, qui la voce di una Suz molto Carol King si inserisce tra il piano, che “usa” per la prima volta e il manto elettronico persistente e ruvido come in “Pure Rapture”: loop in crescendo con i synth che graffiano la sua voce spossata... certo quasi 5 minuti di pezzo senza un'evoluzione concreta stancano... stesso discorso vale per “Wall of Mist” c'è il misticismo dei suoni orientali anche se è più minimalista dei precedenti, delicata in alcuni punti ma ancora una volta il brano risulta troppo lungo. “King of Fools”: il medesimo gioco elettronico di synth qui si adagia su un letto che mima fiati, elegante e sognante con incursioni melodiche interessanti... poi c'è “The Abacist”: la voce è molto fine e un po' troppo “effettata” toccando più certe corde synth pop. Ma ad intervenire ci sono anche brani come “Wide Blue Yonder”, dove Suz appare distaccata, come se non ti parlasse in faccia ma la ritmica convince, muove, si ammorbidisce simulando una “fisarmonica” ed è qui che il disco raggiunge la migliore espressione... così come in “Anthemusa”, un'atmosfera rarefatta, con il piano ipnotico “ad ottavi”, un'isola epica di Sirene... In “Lethe” il loop di batteria è uno schiaffo, il piano entra leggermente in ritardo e l'effetto è davvero molto particolare ed accattivante... invece “Test of Gold” non ci convince molto nel sound, ecco perchè nella seconda parte l'assolo delle percussioni loopate ci sembra una benedizione... il disco chiude con “Still Water”: un trip metallico, robotico che rappresenta l'esatto contrario di quell'acqua naturale del titolo...

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