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Michelle Silversnake - Her Snakeness




Intimista quanto volete, gotico, dark, ma pieno di difetti “Her Snakeness” di Michelle Silversnake. Prodotto da Giuseppe Bariona e Daniele Marchetti, il disco della torinese all'anagrafe Micaela Battista, si addentra nei meandri dell'Io, chiedendosi chi è in realtà, se Micaela o Michelle, e quale delle due sopravviverà. Attraversa l'infanzia, si perde, si ritrova, muore. Ecco perchè l'album si può definire un concept. Ma i contenuti sono ripetitivi, non lasciano scampo e musicalmente i troppi cambi di ritmo tendono a disorientare l'ascoltatore e non è un bene anche se è quello che si vuole generare. Non lo è perchè non scuote la coscienza, non è un pugno allo stomaco. E' come se lei parlasse a sé stessa. Troppe ritmiche all'interno di uno stesso brano, un caos disordinato, suoni approssimativi per una produzione che ci fa storcere il naso. Non l'aiutano in questo percorso neanche i musicisti Daniele Marchetti, Valentino Vitali, Marcello De Toffoli ed Enrico Mamoli. Nonostante i tentativi di rianimare il disco con assoli, con cambi di ritmo, con effetti, con scale, a volte il miglior insegnamento è quello di “togliere”, “snellire”. Non c'è nessuna ricerca musicale in “Her Snakeness”, ma solo confusione, da qui bisogna ripartire per cercare una strada migliore.


“Drops of Time”: la dimensione acustica dagli arpeggi è un passo falso che va a morire nel chorus elettrico pesante, dove non è la melodia a farla da padrona, ma più un cambio repentino di sonorità che stordiscono...

“Proserpine”: dagli inferi si sposa di un'acustica, in pratica l'inverso del lavoro fatto nel precedente brano, ma qui le distorsioni sono echi: "You fall in love and in bed with Silversnake, not me". Il brano ha due anime, soprattutto musicalmente, dove l'artista gioca sulla sua “doppia” personalità di Michelle e Micaela... Prova ne dà la seconda parte del pezzo, che si fa serio con l'assolo di elettrica peccato il finale old school.

“The deep green”: parte nervosa con una ritmica massiccia sfumata da suoni elettrici ma c'è troppa confusione che sarà anche uno stato interiore della nostra, un calderone di suoni che invece dovrebbero essere levigati...

“DNA (Denial Normal Abduction): qui si fa lo stesso errore del precedente, tanti cambi di sonorità, di ritmi, un caos interiore che non fa bene al lavoro. La batteria è nevrotica e dal sapore troppo pop per il contesto.

“Feet of Nemesis”: acustiche traditrici, atmosfera onirica più che mai che poi è sostanza e scopo del disco. Un “conflitto interno” come abbiamo più volte detto che man mano si apre rock ma nella seconda parte le tastiere sono ipnotiche, dark, dove si poggiano assoloni e riverberi...

“C9H13Night (Benzedrine Night): l'anomala chitarra etnica fa muro contro muro con gli echi della voce di Michelle, un antico e moderno che sfuggono di mano un po' come l'assuefazione da anfetamina... dove piacere e dolore si mischiano pericolosamente e non si scorge più il confine: “More than one life is my gasoline”. Anche qui il finale cambia faccia ed indossa una maschera Gothic.

“Diallele”: recuperando il brano Silvesnake contenuto nel primo album di Michelle, ma rivisitato, l'interprete si adagia su un pianoforte dal sound Evanescence, con un'atmosfera sognante dove ancora una volta l'autrice si guarda dentro per parlare a sé stessa e chiedersi “quale sia stato il suo errore...”

“Dead end”: è la naturale prosecuzione del brano precedente, dove si gioca con i cambi di ritmo, il tempo corre veloce e se l'obiettivo era di generare ansia sicuramente è stato centrato e sembra davvero non esserci “via d'uscita”. L'aurea gotica più che mai si fa pesante... 

“Backwards”: pioggia battente e temporale, tutto nella norma, qualche synth, qualche imperfezione nella voce. La protagonista arriva tardi al suo funerale, una parte della sua anima è morta. Rispetto alle altre canzoni questa è più minimal...

“Garden of Jasmine”: gli arpeggi faticano ad accompagnare questa favola in stile Peter Pan... 

“Labyrinth Suicide”: synth-hammond ma suoni rock più contemporanei, a riprova che l'artista è in cerca di sé stessa, della sua vera identità e facendolo ci confonde, il tentativo di usare la scala di Shepard non è innovativo e comunque non salva il brano...

“Requiem (Slan Leis Na Nathair Airgid): intro medievale, di streghe al rogo, di gente che giudica... “How is it possible I lost my time". Ritmi rockeggianti da mal di testa...

“Foundations of Soul”: “Mother”, che è l'inizio di ogni cosa, anche di quelle che segnano il percorso di ognuno di noi. Nel bene e nel male. Detto ciò, le elettriche e la batteria si muovono nervose ma più melodiche all'interno di uno schema che disorienta: a parte la varietà di ritmi e sound, c'è differenza anche nei suoni e questo non ci piace, a volte troppo effettati a volte troppo secchi, si dovrebbe trovare una strada univoca in tal senso. 

“Madness”: pianoforte dal timbro dark, un po' storto per il vero, da film horror, sì intimista ma il suono esce distorto, stonato, voluto o non voluto il brano minimalista com'è non ha aggiustato il tiro.







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