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Silence di Martin Scorsese



Ci sono voluti quasi trenta anni ma alla fine Martin Scorsese riesce a portare sul grande schermo il romanzo di Shusaku Endo: "Silence". Ne viene fuori un film "profondo" anche se  di non semplice lettura, quanto a contenuti e speculazioni che ne possono scaturire e dove colpiscono sia i dialoghi sia i tanti intervalli in cui dominano "silenzio" e riflessione interiore. 
Il canovaccio narrativo in sé non è complesso (è basato su avvenimenti reali avvenuti durante la persecuzione dei cristiani in Giappone); si arricchisce di interessanti particolari e contorni man mano che ci si addentra nella storia che racconta di due missionari portoghesi che nel XVII secolo intraprendono un lungo viaggio, destinazione Giappone, per diffondere il cristianesimo e ritrovare padre Christovao Ferreira. Una ricerca che nel suo dipanarsi non ha tuttavia i caratteri dell'assoluta novità. Talvolta la narrazione può apparire ripetitiva, specie quando si attarda a replicare alcune situazioni, soprattutto in chiave psicologica. Tuttavia, questo lento esercizio è in perfetta armonia con l’evoluzione degli eventi e con l’intento del regista. Il finale potrebbe apparire un po’ scontato e forse non all’altezza dei contenuti, ma è l’epilogo più naturale del percorso che vede il susseguirsi delle situazioni che coinvolgono il protagonista e lo portano, dopo molte prove e vicissitudini, alla ardua decisione finale.
Il regista è molto abile a suscitare, attraverso immagini e parole, riflessioni ed emozioni contrastanti, ribaltando spesso la prospettiva e mettendo in atto un’altalena di emozioni che investe lo spettatore, inducendolo a chiedersi dove effettivamente sia la ragione, quale sia il confine fra la pura speculazione e il corso delle cose in un contesto sui generis come quello descritto in Giappone. La morale potrebbe sembrare un po’ scontata, ma la storia e il suo finale sono pregni di interrogativi di non facile risoluzione, offrendo diverse letture su argomenti come la fiducia in un Dio silente, la stessa definizione ed interpretazione della fede e l’umano bisogno di spiritualità, le debolezze dell’uomo comune, l’integrazione fra culture dissimili e l’intento di voler far fiorire le radici della dottrina cattolica in un territorio con ben diverse radici religiose e culturali. 
In un film drammatico, spesso crudo e con forte ascendente psicologico, non mancano note di ironia, come nella figura dell’inquisitore (una figura terribile e buffa al tempo stesso) e nella figura del peccatore reo-confesso e recidivo, che agisce per paura (paura della morte, paura di Dio) e rappresenta un po’ lo stereotipo del peccatore.

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