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Diodato - Cosa siamo diventati


Un po’ anche lui “figlio” del Festival di Sanremo, Diodato sforna un altro lavoro: “Come siamo diventati”. E da “Babilonia” ad oggi Diodato sicuramente è cresciuto bene, maturando uno stile, quello dei cantautori raffinati, piacevole da ascoltare, da indossare, come una maschera triste, un vestito sgualcito. In questo disco prodotto da Carosello Records con Daniele “ilmafio” Tortora, la forma canzone del nostro è abbastanza standard: inizio minimal, scarno ma profondo come la sua voce, poi il brano cresce nella seconda parte per un finale molto strumentale con l’estensione vocale che trascina la coda delle parole. I testi giocano molto sulle assonanze, sono semplici ma precisi e le tematiche molto intime, dove il cantautore scava nei sentimenti e nei rapporti con malinconia, sembrando a volte addirittura nostalgico. Solo due, tre brani si vestono di rock e virano su sound più aggressivi. Ma a Diodato questo non importa, cerca di muoversi all’interno delle sue regole abbastanza liberamente e questo convince molto. Ad accompagnarlo in questo lavoro la sua band: Daniele Fiaschi (chitarre), Duilio Galioto (piano, organi e synth), Alessandro Pizzonia (batteria) e Danilo Bigioni (basso), Fabio Rondanini e il GnuQuartet che ha registrato archi e flauti in tre brani.


“Uomo fragile (radio edit)”: “Uomo fragile, tu che oggi la testa girerai, gli occhi chiuderai un’altra volta per avere soltanto un altro pò del suo calore”, intro intimo di chitarre e violini appena accennati… poi esplode nel chorus: “Da dove viene tutto questo bisogno che hai?” e Diodato butta via tutto il fiato che c’è con la voce delicata che ha. Però le chitarre ad ottavi non c’entravano molto… il pezzo si arricchisce sul finale anche di un bridge corale e spaziale alla Radiohead.

“Colpevoli”: big bang elettronico “E adesso cosa vuoi, vieni a leccarti i lividi, convincimi se puoi che non ne guarirai mai”, il piano scandisce piccoli passi ma è la batteria che prende per mano il brano, che quando entra si finge timidamente loop… anche qui nel chorus si insiste molto sulla 6 corde elettrica ad ottavi, anche perché il pezzo è ritmicamente lento.

“Paralisi”: bell’intro in presa diretta, distorto: “Fermi, restiamo fermi immobili, intorno sabbie mobili… fermi come due infermi che in questo inferno c’è chi è fermo più di te”, si procede per assonanze, la batteria guida una marcetta e questa volta le elettriche sono piacevoli e sinuose benché molto nude e crude ma proprio per questo il contrasto rende bene. La stessa chitarra nell’ultima parte mette su un assolo non invadente. 

“Fiori immaginari”: piano etereo e l’elegante voce di Diodato: “Ogni tuo sguardo logora la mia tremenda maschera, cosa importa ormai basta avere noi”... una poesia d’amore delicata come il suo autore... e “basta avere noi”…. Sul finale bella estensione vocale ed apertura orchestrale…

“Guai”: arpeggi, delay e sonorità minimal sospettose s’aprono nei cori e annunciano: “Era un uomo solo nella sera, ormai sempre più convinto che fosse niente tutto quel che aveva…” 

“Cosa siamo diventati”: title track ancora eterea, spaziale, l’idea è quella di un allunaggio: “Guarda cosa siamo diventati, noi amici e complici dimostreremo al mondo intero che siamo gli unici, noi due cuori intrepidi…” testo più semplicistico ma emozionale, sì, mette in circolo il sangue, lo riscalda… la canzone dà visivamente l’immagine di Diodato che parla più ad uno specchio che alla sua compagna… finale in psichedelica come tormento dell’anima…

“Mi si scioglie la bocca”: “…quando sto per dirti che… mi si scioglie la bocca ed ho paura e si ferma anche il cuore”, ritmica circolare per il singolo del disco, melodicamente pop nel ritornello che gioca sugli accordi in minore e le alterazioni… 

“La verità”: si parte filo-rock, drums trascinanti, riff convincenti e graffianti e la voce di Diodato che qui poteva essere meno filtrata: “Sono stanco di questi giochi inutili, sono stanco, basta io non gioco più”… la verità spesso fa male e si preferisce una bugia. Eccola servita su un piatto d’argento.

“Un po’ più facile”: la sezione ritmica scandisce il tempo che ci resta: “E pensavo che la vita fosse un po’ più facile… e allora mi dirai che ci hai pensato un pò e hai deciso di andare con quell’amica che ti fa sentire speciale…” 

“Di questa felicità”: intro Baustelle, “sarà l’inizio del mondo?” no, ma Diodato vuole essere “portato via” e quindi un altro brano molto pop questa volta velatamente retrò, ma comunque il pezzo non decolla ed è il più debole del disco.

“Per la prima volta”: “Alberi senza terra, reduci senza guerra, facili carichi tenuti sotto chiave…” voce flebile e il piano troppo lezioso accompagna “Sono libero per la prima volta” ma con poca convinzione e probabilmente questo è anche voluto. La batteria entra in scena nella seconda parte per poi solo dopo mettere su una marcia. Classico, ormai, finale di Diodato, coda strumentale ed estensione vocale…

"La luce di questa stanza": il piano cala come un'ombra sulle cose: "Che anche se siamo lontani lontani lontani, tanto lontani da non sentirci più, pensavi almeno di meritar di più. Dimmi che in fondo va bene così"... a lei non importava, lui le dice "rimani qui", tra synth e chitarre evanescenti e sospesi... un piccolo gioiello...



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