Paolo Benvegnù - H3+




"H3+" è il capitolo conclusivo di una trilogia iniziata da “Hermann” e “Earth Hotel”: e difficilmente poteva "Paolo Benvegnù" concludere meglio questo suo percorso artisitico, "questo viaggio intimo all'interno dell'anima". Dieci canzoni che definiamo banalmente "bellissime" ma è proprio un senso di bellezza che si ha ascoltandole, che hanno il dono di apparire "magicamente semplici" che suonerebbero benissimo anche chitarra e voce ma sarebbe un peccato perdere le tante sfumature di un album che cresce ascolto dopo ascolto e si fa apprezzare sempre di più, anche grazie alla regalità degli arrangiamenti... che pretende e merita più ascolti... per entrare ancor più nella poetica visionaria dei testi, di parole che sembrano oscillare tra più dimensioni e nel tempo, necessariamente quasi, per capire forse che la risposta è da cercare dentro di noi ma "senza interazione con l'altro" non è possibile:

"Victor Neur": "A nuova vita. All’entusiasmo dei secondi. Ai limiti dei Sensi. Alla Deriva." Delicati arpeggi di chitarra con gli archi a tessere il pathos e contrastare la melodia, per voce intensa, a tratti persino solenne

"Macchine": "E cerco ciò che è astratto, distratto, diverso. Non c’è Universo che parli." Un elettronica minimal e ipnotica che viene sviluppata "ritmicamente" senza dimenticare la melodia "che marcia" "come una danza tra immobili"

"Goodbye Planet Earth": "Ed ogni dimensione è esatta. È viva e senza imperfezione. E le mie mani hanno imparato la pazienza." Ariosa, godibile, è un funky leggero, che si dipana in uno splendido ritornello dalla melodia elegante.

"Olovisione in parte terza": "Ma quando riusciremo a toccarci. Saranno i demoni dell’Amore a ritrovarci." Raffinata e poetica ballad, che ha il dono dell'immediatezza ma senza essere per niente banale nel suo svolgimento.

"Se questo sono io": "E ho varcato orizzonti soltanto per perdermi sempre. L’errore sono io. La nebbia sono io." Altra ballad, stavolta con accenni soul dove si può apprezzare l'arrangiamento che culmina in un ottimo special.

"Quattrocentoquattromila": "Sezione aurea del mio cuore, riprendi dimensione. E a uccidere gli stolti, sii crudele." Dopo un inizio per così dire alla Battiato, spoglio e suggestivo, è subito la ritmica a prendere il sopravvento nel ritornello ma lascia di nuovo il posto ad atmosfere diradate, con la chitarra ad arpeggiare opportunamente.... prima del secondo ritornello e di un finale dilatato "space"

"Boxes": "Il futuro che non riesci a immaginare  È solo presente in divenire." Sorta di reading dall'animo blues che ben presto assume le parvenze di un mantra, con la ritmica lenta, pesante e marziale.

"Slow Parsec Slow": "Nell’imparare l’ascesa. Nell’assaltare una banca. L’istinto è cieco nel desiderare Di essere vetro." Strofa eterea, sospesa, che ben si sposa con una ritmica decisamente accattivante per poi sfociare in una parte strumentale che è pura intensità, ricca e affascinante per l'intrecciarsi dei diversi strumenti.. uno degli apici dell'album.

"Astrobar Sinatra": "Non vedo più come amarti. Riconoscerti. Si è fatto tardi, addio." Melodia d'antan, mood che definire suggestivo è dir poco, testo da brividi, il risultato non può che essere emozionante. Una vera e propria perla.

"No drinks no food": "Gli invisibili percorsi della mente possono ingannare. Non siamo mai stati da soli. Da soli non sappiamo dove andare." Ballad circolare per chitarra, piano e archi, con questi ultimi sugli scudi, Benvegnù fa sembrare tutto così semplice... è evidente che non lo è, certa classe ce l'hanno in pochi così come "la semplicità" in pochi possono permettersela.

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