Rosso Istanbul di Ferzan Ozpetek


"Attenzione, chi guarda troppo al passato non vede il presente"

"Non mi sono mai fidato di quelli che non hanno vizi, assolutamente"

"Istanbul è una grandissima puttana, non ha mai respinto nessuno"


"Rosso Istanbul", rosso amore, rosso passione. Una passione dolorosa e contraddittoria come la più nota città della Turchia, oggi più che mai al centro di un'Europa multiculturale che molti non accettano. Parte da qui Ferzan Ozpetek, dal 13 maggio 2016, da un omaggio alla madre, ritornando ai suoi ricordi. C'è tanto del passato del regista in questo film: Ozpetek si mette a nudo come non mai, facendo pace con la sua vita precedente, con le suo origini, giunto all'età del raccontarsi e raccontare. E lo fa con quello che è uno dei suoi migliori film, una delle sue migliori regie dal respiro internazionale, con un'ottima fotografia molto francese, che gioca col blu mare e col giallo luna e con una mpd a mano che segue i suoi personaggi principali, puntando sui primi piani.
I dialoghi sono messi lì non a caso; il film infatti, non va seguito tanto nella trama - per niente didascalica e non facile da apprendere - quanto in ogni frase pronunciata. I dialoghi non sono frenetici: Ozpetek vuole guidare lo spettatore attraverso messaggi chiari. Solo così si può capire il film. Orhan Sahin (il volto fortemente espressivo di Halit Ergenç), è uno scrittore che deve fare da editor al regista Deniz Soysal (Nejat Isler), che ha scritto un libro in cui sono contenuti tutte le sue memorie, gli amori, l'infanzia... ma pur sviscerando il dolore di un amore contrastato, di un padre padrone, dell'affetto per il suo "immortale" cane Tommy, crolla sotto il peso dei suoi ricordi e scompare. Orhan però, rimane con una storia tra le mani che non gli appartiene ma che deve fare sua, riappropriandosi in tal modo anche del suo passato, non meno drammatico. 
In una Istanbul che è bellezza inedita e taciturna, ma anche terra di barbarie dittatoriali, dove al bar si incontrano ragazzi perfettamente occidentalizzati e giovani donne col velo, con in sottofondo le musiche arabeggianti, Orhan conoscerà l'affascinante Neval (Tuba Büyüküstün) e l'amore di Deniz, Yusuf (Mehmet Günsür). Entrambi gli faranno capire quanto crudele sia il dare amore e il (non) riceverlo... ciò può far impazzire, morire. "E' tutto un bluff", ci sono angeli che si rivelano demoni e demoni che sono angeli... Deniz, Yusuf... Orhan capirà a piccoli passi, come fosse lo spettatore, quale sia la verità, dov'è finito Deniz. Una scena significativa in tal senso è proprio nel finale, rosso come il sangue, quando Orhan riempirà la ciotola di un cane immaginario... simbolo di un'infanzia mai vissuta e che in questo film viene fuori drammaticamente in tanti modi; ma qua e là ci sono spunti di comicità che alleggeriscono. Siamo noi che scriviamo le nostre vite con le nostre scelte. E Ozpetek ha buttato fuori, ne siamo convinti, una boccata d'aria. Questo non vuol dire che il regista abbia abbandonato alcune sue caratteristiche e difetti: l'amore omosessuale tormentato, l'attore bello e tenebroso... ma si è fermato in tempo per dare spazio alla narrazione, ad un film che ha una storia pesante alle spalle... è vera.

"Io mi sento come lei Orhan, una straniera in patria"

"Tu puoi essere l'uomo che ho sempre cercato, ma non lo sarai"


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