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Michele Cristoforetti - Muoviti


Muoviti di Michele Cristoforetti è un album “fuori dal tempo”, un mix di cantautorato (con qualche accenno rock italiano) che già c’è stato e che se vuoi riprenderlo devi necessariamente rinnovare e non didascalicamente eseguire, cover a parte, “non si esce comunque vivi dagli anni 80”, non mancano buone cose, certi arrangiamenti non dispiacciono, la voce del nostro si dimostra comunque versatile e potrebbe sicuramente osare di più sul versante black soul magari, invece di andare a caccia di melodie facili e di cimentarsi con i grandi del passato.

“Antologia di viaggio”: “e tocco dolcezze che il tempo ha dimenticato li” atmosfera elegante, con bei ricami, è una ballad morbida, un pò monocorde a tratti, ma che nel complesso non dispiace

“L’album delle pose”: sospesa nella strofa, ariosa nel ritornello, tinte black nella voce: “ciao hai scritto le tue regole dai un’occhiata anche alle mie”

“Muoviti”: “c’ho preso gusto ad aspettare sotto una veranda” la titletrack ha echi speranzosi alla Vecchioni “alzati vecchio stivale rimettiti in marcia non abbassare lo sguardo” si attende quasi un’esplosione che però non avviene, il ritornello infatti distende per così dire la melodia

“Sigaro cubano”: si parte male: “sono stato paziente quando ho cercato la via in una periferia in cerca di fantasia” una rima dietro l’altra così, è troppo… meglio nel ritornello dove il ritmo prende il sopravvento… ma le rime continuano imperterrite, con Maurizio Solieri.

“Il mio tempo”: “pensando solo che la scorsa vita l’ho passata all’insegna di una brutta ferita” soul ballad dall’arrangiamento minimal, abbastanza standard nel suo dipanarsi, con buoni inserti strumentali

“Gente metropolitana”: il nostro rilegge Pierangelo Bertoli, rock blues semplice e diretto: “non si può viaggiare insegnateci a volare dove e quando più ci pare dentro la città”

“Capita che”: “ho sentito sai i tuoi alibi per quel gioco non chiamarmi, non chiedermi” parte come una folk ballad con buone trame armoniche in tonalità minore e parole misteriose persino tra virgolette, l’apertura melodica del ritornello è eccessiva e a nostro parere fuori luogo, perché banalizza il tutto.

“Bella paura”: “penso sia un’ottima cosa però non voglio sentire la solita storia” ballad sussurrata con piglio alla Vasco Rossi, ben arrangiata comunque e con una versatile prova vocale del nostro che passa da un registro all’altro.

“La storia”: Beh rileggere addirittura De Gregori, in una canzone enorme del genere poi… apprezziamo il coraggio, anche se si fa fatica a capirne il motivo.

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