Gerardo Tango - Il vento è forte qui... si vola meglio


"Il vento è forte qui... si vola meglio" (Isola Tobia Label) è il secondo album di Gerardo Tango, cantautore pugliese che in questo lavoro dimostra maturità di scrittura - che spazia dalle esperienze personali ai cosiddetti "mali della società" - addentrandosi in un folk rock con irruzioni dal prog al funk che profanano il concetto (tradizionale o meno) di canzone. Questo, se da un canto potrebbe lanciare il lavoro verso nuove dimensioni, dall'altro potrebbe costituire un limite. Perchè c'è da dire subito che "Il vento è forte qui..." non è un album facile ad un primo ascolto, forse neanche ad un secondo. Tango non cerca a tutti i costi la melodia, la costruzione delle armonie, anzi cerca di metterle in crisi. E indubbiamente ci riesce. Ad essere funzionale però, è l'altalena di umori che bene si connota in questo caos di sentimenti e di musica. Questa caratteristica, ne siamo sicuri, lo ha portato a calcare i palchi di diversi importanti premi dedicati ai grandi cantautori italiani, ricevendo anche due nomination alle Targhe Tenco 2016.


Grano”: una cappa di synth e chitarre morbide che avvolgono e piacevole scorre il singolo del disco, con quella voce alla Niccolò Fabi: “Io sarò grano e tu sarai la mano che mi seminerà, che mi seminerà...” e un sound hawaiano che sembra venire da lontano “anche se non c'è vento” e ad libitum sfumando come nelle canzoni d'autore di una volta...

Resta”: la sezione ritmica con Stefano Montrone si muove nervosa in un paso doble e “... resta non farti supplicare abbiamo vissuto un incanto di una vita assieme, resta”. Massicce chitarre elettriche e riff a sostenere un pezzo che soffre a livello melodico. Ma la passione si sa, spesso è frenesia, follia...

Se tu...”: è una tipica ballad folk, di arpeggi anni '70, dove Gerardo si fa vocalmente mesto per “non sentirsi più solo”. Un brano di cambi di sonorità e di ritmica ostica: “Se tu mi capirai anche quando voglio ululare alla luna in pieno giorno” e poi è il pianoforte che spezza gli umori...

Il Riccio”: spaziale nell'intro storto: “Senza spine nella carne ma il dolore è uguale... preferisci stare solo ma il confronto non coincide, preferisco star con te e questa attesa mi uccide” poi si ripresentano le elettriche e le incursioni del violino di Michele Deluisi che macabri si inseriscono nella teatralità tormentata del nostro, chiuso in sé stesso, proprio come un riccio che non vuole aprirsi al mondo ma affilare gli aculei per difendersi.

C'è un'Italia”: il flauto prog di Paola D’Aluisio canta il nostro Paese: “E come stai e come devo stare in quest'Italia si sta male. C'è chi ruba e c'è chi lotta e c'è pure chi fa la carità”. Con la precarietà del Belpaese e della voce di un Gerardo stanco come le nostre vane speranze, una ballata con le chitarre velatamente alla Manu Chao ed il basso-donna di Giulia Nanni che fa bella mostra di sé. Nella parte finale un cambio di ritmo in cui si insinuano i synth giostrati da Cristina Di Lecce che può confondere l'ascoltatore; poi arrivano anche le elettriche “old school” a donare “bellezza e miseria”...

L'invisibile”: “Poi uno sguardo e ti si apre un mondo...” e Gerardo racconta una sua esperienza in un centro per disabili. Basta questo, “è così...”, con le chitarre anni '70, di aperture sonore, di riff funky: “Lascia che agli altri non piaccia quello che tu fai”. Tango anche in questo brano cammina sul filo della melodia, sempre in bilico...

Confessione”: piano e flauto in armonia ma poi è lo strumento voce a tranciare questa atmosfera con una sorta di cantilena con fioritura nella pronuncia delle finali: “Sai che diceva il Che? Che se non lotti muori”, canzone di protesta che viene presa per mano dal flauto. Nella seconda parte, protagonista è il pianoforte di Leo Episcopo in stile Sergio Cammariere tra sonorità sudamericane...

Prosopagnosia”: elettriche cupe in cui affiorano cori inquietanti da ricordi ormai vaghi: “Chi sei? Chi sei? Lo sai che sei bellissima, lo sai. Che vuoi? Che vuoi? Io non ti conosco, io non ti conosco... no”. Un uomo in un letto d'ospedale che non riconosce la sua dolce metà. Uno stato che colpisce il sistema nervoso centrale ma che, a dirla tutta, è più presente tra noi di quanto non possa sembrare. Spesso non ci si accorge più della persona che abbiamo accanto e ci si perde dietro una quotidianità che scorre troppo veloce...

Lasciami il cuore”: il sound folk torna a farsi sentire: “E' stato bello il nostro amore, ma ora lasciami il cuore. Lo getterò via ai cani senza pensare più a un domani”. I sintetizzatori sono troppo anni '90 e nel chorus si risente il Samuele Bersani degli esordi.

Ora”: mood psichedelico, “... ed ora che non so più cosa fare dovrei mettermi a pensare allo schifo di soluzione che sto trovando per rimediare a tutti i torti miei...”, cacofonico e cantilenante per perdersi “nell'universo dei pensieri tuoi”. Un rock ancora una volta storto difficile da comprendere ma “non me ne frega più niente di quel che dice la gente, mi libero e rido a crepapelle...” è il giusto spirito con cui affrontare il tutto.


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